Questo libro non esiste

di Salvo Zappulla

E tre.

È il terzo libro di Marilù Oliva che leggo, il terzo romanzo che mi appassiona, ed è il terzo che decido di recensire. A questo punto, penso,  mi dovrebbe assumere come suo addetto stampa (duemila euro al mese andrebbero bene). Leggo in media un romanzo alla settimana, un po’ per lavoro e un po’ perché la letteratura ormai fa parte del mio essere. Negli ultimi tempi mi sono capitati per le mani buoni libri, piacevoli, di intrattenimento, che mi hanno divertito o commosso. Con tutto il rispetto per i tanti romanzi di genere che troneggiano nelle classifiche di vendita e vengono dati in pasto alle masse, qui siamo su un’altra dimensione, entriamo nel campo della metaletteratura, un campo minato ma estremamente affascinante. Questa autrice ha il dono prezioso dell’originalità, riesce a inventarsi  storie sempre diverse, argomenti distanti dai precedenti, ispirati in parte dalla realtà e molto dalla sua straripante fantasia (la dote più importante per uno scrittore). In questo gustosissimo romanzo  siamo al cospetto di un personaggio che ha smarrito il proprio manoscritto, un autore sfigato in cerca di pubblicazione e di notorietà (mi identifico in lui), affascinante, alto, atletico, corteggiato dalle donne (qui non mi identifico); vittima di un nonno stronzo impegnato a costruire un’improbabile quanto scalcinata macchina del tempo. Altri personaggi che arricchiscono il romanzo: un tipo schizofrenico con la passione del puzzle, gli amici del bar, donne in carriera disposte ad infilarsi nel letto del protagonista e altre trovate bizzarre che Marilù Oliva estrae fuori dal suo cilindro magico. Le peripezie che il protagonista del romanzo sarà costretto a compiere tra i vari editori  cui aveva spedito il testo, per cercare di rientrarne in possesso, hanno qualcosa di tragico e allo stesso tempo di commovente. La metafora è straordinaria: Marilù con sagace ironia ci dimostra quanto ipocrita sia il mondo dell’editoria, quali salti mortali deve compiere un autore esordiente per riuscire a fare leggere il proprio testo. Ma, se commette  un omicidio, se va su tutti i giornali e diventa noto, allora le porte si aprono. Poca arte e molto business. Personaggi del mondo dello spettacolo, calciatori, veline, pornostar, concorrenti  al Grande Fratello hanno la precedenza se desiderano pubblicare un libro.  I personaggi di Marilù Oliva contengono sempre qualcosa di tragicomico, di deformato, si fanno  paradigma di una società malata o quantomeno sofferente. Così è stato per “Le sultane”, le tre anziane signore con le loro ossessioni mentali, le paranoie, i vizi strampalati, le manie quotidiane. Così è stato per  “Lo zoo” (una fabbrica di mostri) altra splendida allegoria moderna sulla condizione umana. E in mezzo c’è sempre qualcuno che muore ammazzato. Tornando a questo ultimo lavoro, conferma, se mai ce ne fosse bisogno,  la straordinaria propensione di questa autrice per la dissacrazione, il gusto dello sberleffo, la capacità di farsi scherno di schemi consolidati, di frantumare tabù e rendersi innovatrice. L’ho detto in precedenza e lo ripeto: siamo in presenza di una scrittrice autentica che scrive ciò che vuole e lo scrive come vuole, senza condizionamenti di mercato, senza direttive imposte dall’alto.  “Questo libro non esiste”, forse è frutto di un sogno, o il sogno di qualcun altro (per dirla con il grande Borges); forse si tratta di un caso di allucinazione collettiva e non esiste nemmeno l’autrice. E non esisto nemmeno io che ne sto parlando. Meglio chiudere qui prima che sopravvenga in me una crisi d’identità.

Cara Marilù, riesci sempre a sorprendermi con nuove trovate. Ma da dove nascono questi personaggi? Non è che hai avuto un’infanzia turbolenta?

Oh, sì: ho avuto un’infanzia difficile, mi sa che è la prima volta che mi svelo. Ma hai scritto una recensione così approfondita e simpatica che te lo racconto. Ho perso il mio papà – che è stato il primo, totalizzante amore – poco prima del mio settimo compleanno. Mia mamma era così innamorata di lui e così disperata per la perdita che, da quel momento, non ha potuto più occuparsi di me. Nel frattempo, io ho smesso di parlare per molto tempo. Molti adulti vivono con nostalgia l’infanzia, come un’età felice in cui si sono sentiti protetti e amati incondizionatamente, ecco: io non conosco questa dimensione. Ma non credo che la fantasia nasca esclusivamente dalla sofferenza: la sofferenza non basta, in fondo tutti tocchiamo un picco drammatico prima o poi, piuttosto la sofferenza serve a innescare domande, dubbi, a dischiudere un altrove, ad esplorare nuovi mondi: mondi e realtà parallele che sono stati continuamente sollecitati, nel mio caso, da uno stato di solitudine (per dirti: da piccola il mio luogo preferito era l’armadio) e dalle moltissime letture. I miei protagonisti, nello specifico, sono il risultato di un collage tra persone incrociate, studiate, amate, odiate, conosciute a fondo o viste magari anche solo su uno schermo, perché delle volte, lo sai, basta un attimo e le identità si imprimono indelebilmente dentro di noi.

È davvero così complicato trovare una Casa Editrice?  Come vedi l’attuale situazione dell’editoria italiana?

Sì, è complicato. Più o meno come descrivo nel romanzo. Ma si tratta del mio punto di vista, quindi è uno scorcio limitato. Comunque sia, il consiglio che potrei dare a un aspirante scrittore è, se ci crede davvero, di continuare a tentare.

Essere donna è uno svantaggio per chi scrive?  Nel  premio Scerbanenco di quest’anno i finalisti sono tutti uomini. Un semplice caso?

E vogliamo parlare del quasi ventennale Premio Fedeli, dove su 18 premiati risulta il nome di una sola donna? Come ho scritto in un articolo su Libroguerriero, nei premi risultiamo  sempre un’esigua minoranza. È vero che noi donne siamo meno rispetto ai colleghi maschi, ma non tanto quanto risulterebbe dagli esiti finali delle gare. Se ogni 10 giallisti/noiristi/thrilleristi compaiono solo 2/3 donne, le vittorie non rispettano la proporzione, e ciò avviene chiaramente a nostro svantaggio. Sono fermamente convinta di questa componente svalutativa introiettata anche in maniera inconscia e pervasiva tra i lettori, tra i giurati, tra la gente. È come se il lavoro di una donna avesse sempre e comunque meno valore di quello di un uomo. Siamo in molte a notarlo e forse un barlume di verità c’è.

So che sei anche molto impegnata nel sociale e che hai curato un’antologia a sostegno di Telefono Rosa, ce ne vuoi parlare?

Volentieri. Si tratta di un’avventura che ho portato avanti con altri sette autori – Dacia Maraini, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Camilla Ghedini, Alessandro Berselli, Sara Bilotti  e Ilaria Palomba. L’antologia, edita da Elliot, devolve i proventi a Telefono Rosa. Il libro è dedicato alla parte più esposta e vilipesa dell’altra metà del cielo, quella che si prostituisce e, dal momento che uno dei nostri intenti è abbattere i luoghi comuni, per prima cosa ho scelto di aggiungere un punto interrogativo a un vecchio adagio: da qui il titolo “Il mestiere più antico del mondo?”. Si tratta di 14 racconti che sondano le differenti stratificazioni del meretricio, senza esaltazioni né demistificazioni, perché dietro a questa vita spesso si nascondono abissi di sfruttamento e miseria. Così si spazia da temi come “il lavoro” quale sopravvivenza alle escort di lusso, dalla schiavitù sessuale alle studentesse squillo, dal mercato dei trans alle massaggerie cinesi. I racconti, alcuni dei quali con venture noir, colgono di ogni frangente l’aspetto recondito e il risvolto psicologico ed alzano veli di ipocrisia. Almeno, così vorremmo.

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