Il potere dei ricordi
di Gordiano Lupi

Il potere che hanno le cose e i luoghi di far ricordare. Un potere immaginifico e debordante. Un potere che sgomenta e atterrisce. Un oggetto insignificante scatena una tempesta di situazioni antiche, che con il passare del tempo tornano alla memoria molto più nitide di tanti piccoli fatti recenti. Come nella canzone, come il potere del vento, che accende i fuochi piccoli e spegne quelli grandi. Il profumo che esala un vestito d’altri tempi, indossato forse soltanto una volta, poi riposto nell’armadio canforato dei ricordi, il sapore dei tuoi venticinque anni, il cortile della Sapienza, a Pisa, tuo padre e tua madre, in una foto, davanti a una statua di marmo, dopo un ultimo esame. Finiva il tuo tempo di studente, si spegnevano i sogni, cominciava la vita. E capivi d’un tratto che niente sarebbe stato come prima, nessuno ti avrebbe regalato niente, ché non è mai facile se la situazione di partenza è complessa, neppure se hai studiato molto, neanche se hai volontà e passione. Magari è il carattere che manca, la sicurezza di farcela, spesso è il sostegno interiore che ti fa cadere, abdicare ai sogni, quando non è abbastanza saldo, quando non ci credi fino in fondo. Capita che ti trovi coinvolto nelle rotative della vita con gli ingranaggi che scorrono per il verso sbagliato e non riesci più a fermarli, preso da un meccanismo di errori che figliano altri errori, producono delusioni, frustrazioni, senso d’impotenza. Comprendi che il tuo peggior nemico sarà per sempre il te stesso che ti porti dentro, non accettare il tempo che scorre lungo strade assolate e anfratti di mare, l’ordinario in cui naufragare istante dopo istante, l’inutilità dell’incedere monotono dei momenti. Ingranaggi che scricchiolano, cigolanti strutture malandate di sogni infranti, piccole cose di pessimo gusto da custodire gelosamente nei cassetti, per poi ritrovarle, in un terso pomeriggio di primavera, tra polvere e ricordi. Tempesta di pensieri quotidiani sempre identica a se stessa, incomprensibile calvario in riva a un mare placido, fermo, silente, tra isole che scolpiscono un orizzonte e un promontorio roccioso. La macchina da presa della memoria è sempre accesa, come in una retrospettiva decadente, ma è la telecamera del futuro a incepparsi, giorno dopo giorno, ritagliando pellicole spezzate, incapace di riprendere gesti che verranno. Vorrebbe cancellare le strade impervie che portano al dirupo, graffiare pagine di speranze e feroci delusioni, tra fiordi naturali di scogli e mare che spalancano misteri e fecondano sogni. Ma sa che non può farlo. E allora si perde nel tuo sorriso di bambina, compone un ritratto poetico, con una tavolozza di parole dove intinge onirici pennelli, per dare vita a un flashback inossidabile soffuso di nebbia mattutina, che combatta il tempo. Scrivere resta l’ultimo sogno realizzabile, rubando il tempo alla vita, finché sarà possibile. (7 aprile 2017)

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