Breve storia del cinema italiano – quinta puntata
a cura di Gordiano Lupi
 Roberto Rossellini

Forse l’amore per il cinema di Roberto Rossellini (Roma, 1906 – 1977) comincia come figlio del costruttore della prima sala romana: il cinema – teatro Barberini, al quale ottiene accesso illimitato. La sua prima attività tecnica lo vede operatore di montaggio, diventa amico di Vittorio Mussolini – figlio del duce e responsabile del cinema per il regime – e aderisce con partecipazione agli ideali fascisti. Il suo primo documentario è del 1938: Prélude à l’aprés-midi d’un faune, quindi collabora a Luciano serra pilota di Goffredo Alessandrini, il più importante film fascista del periodo. Il suo debutto da regista è chiaramente fascista: La nave bianca (1941), seguito dagli altrettanto filo regime Un pilota ritorna (1942) e L’uomo della croce (1943). Ecco perché viene osteggiato in patria, dopo la caduta del fascismo, e il suo cinema deve essere sdoganato negli USA prima di avere successo in Italia. Il cambiamento di rotta e di visione politica Rossellini fu repentino: da fascista convinto ad acerrimo antifascista, dopo aver provato sulla sua pelle gli orrori della guerra.

Le pellicole più importanti di Roberto Rossellini testimoniano le sofferenze degli italiani dopo il 1943, in una terra invasa da alleati e tedeschi, distrutta, bombardata, tra cadaveri e miseria. Roma città aperta (1945) è il primo film neorealista, interpretato da Anna Magnani e Aldo Fabrizi, ispirato alla vera storia di don Luigi Morosini, un parroco del quartiere che protegge e aiuta i partigiani fucilato sotto gli occhi dei bambini. Tre personaggi di fondo, osservati nella loro vita reale, con le loro sofferenze: un comunista ricercato dai tedeschi, una donna che gli offre rifugio e un prete. Roma città aperta non è soltanto un film simbolo del genere ma rappresenta un vero capolavoro, realizzato con pellicola scaduta e su set di fortuna per le strade di una capitale appena liberata. Molte scene del film (la morte di Pina) restano nella storia del cinema, pare proprio caso di dire – come ha fatto qualcuno – che il cinema non è più lo stesso dopo Roma città aperta. La pellicola è intensa e commovente nella sua semplicità che si oppone ad anni di retorica fascista per raccontare soltanto la verità. In Italia non viene capito perché sono male interpretate certe concessioni al melodramma popolare, ma nel 1946 la pellicola si aggiudica il festival di Cannes ed è un successo internazionale.

Il desiderio di libertà e la fede nella resistenza emergono con prepotenza anche nel successivo Paisà (1946), sei episodi sull’avanzata degli alleati attraverso l’Italia girati con mezzi di fortuna e nell’immediatezza dei fatti narrati. Un film indimenticabile per i momenti di intensa commozione che il regista dissemina in una pellicola tragica e asciutta che racconta la realtà per immagini.

Roberto Rossellini afferma che il neorealismo rappresenta una maggiore curiosità per gli individui, un bisogno di presentare le cose come sono, di rendersi conto della realtà in modo concreto. Il neorealismo è la forma artistica della verità e oggetto di un film può essere soltanto il mondo, non il racconto. Un film neorealista deve far ragionare, andare subito al sodo, concedendo pochissimo allo spettacolo, considerato superfluo. Il neorealismo è soprattutto una posizione morale che diventa estetica, si propone di raccontare la realtà e di analizzare la vita evitando i luoghi comuni. Si parte dall’inchiesta documentaristica, rappresentando le cose come sono e da questo assunto si sviluppa il racconto. Il cinema per Rossellini ha compiti didattici, non deve narrare sempre la stessa storia, ma deve insegnare a conoscersi e a far riconoscere gli uomini tra di loro.

Germania anno zero (1948) è il film che meglio rappresenta la poetica di Rossellini. Il regista compie la stessa operazione lucida e fredda delle pellicole ambientate in Italia, analizza il dopoguerra tedesco in una Berlino distrutta muovendo la macchina da presa tra le macerie della capitale. Resta il film più cupo del regista, tormentato dai problemi personali, prima tra tutti la perdita del figlio.

Rossellini è autore che studia a fondo l’argomento di un film prima di realizzarlo, non inventa la pellicola in presa diretta, scrive la sceneggiatura insieme ai collaboratori, ma alla prima occasione la tradisce perché crede nell’ispirazione e non può farsi costringere dal soggetto. Il limite più evidente del cinema di Rossellini sta nella continuità, perché il regista non ama le parti di raccordo, – utili alla comprensione della storia, ma dal suo punto di vista mera sovrastruttura -, gira un film solo per una determinata scena ed è proprio là che focalizza la sua attenzione. L’insegnamento neorealista è evidente in un racconto dove l’opera d’arte non è nulla, ma la realtà è tutto e si cerca di far capire la possibilità di una rivoluzione individuale. Rossellini consegna al cinema italiano altri film non del tutto ascrivibili alla matrice neorealista, frutto di una crisi psicologica profonda che lo porta a indagare l’animo umano e a cercare il divino. Francesco giullare di Dio (1950) mette in scena i Fioretti e La vita di frate Ginepro per raccontare la vita di frate Francesco in undici episodi, senza alcuna concessione ad agiografia e mera celebrazione. La pellicola, sceneggiata da Federico Fellini e Brunello Rondi, approfondisce il tema della santità come anticonformismo, sincerità, ribellione e follia. Francesco è immaginato realisticamente ed è tutta qui la forza neorealistica di una pellicola fuori dagli schemi. Stromboli – Terra di Dio (1951) segue identica ricerca, verso la scoperta della fede, e vede la magistrale interpretazione della seconda moglie, la grande Ingrid Bergman. Ricordiamo L’amore (1948), con Anna Magnani, sulla capacità del cinema di ritrarre la realtà, e un apologo favolistico come La macchina ammazzacattivi (1952), bozzetto manieristico scritto da Eduardo De Filippo e accolto dal regista come un modo per educare brechtianamente gli spettatori. Film di transizione, dirà la critica, ma ottimi lavori, come Europa ’51 (1950) e Viaggio in Italia (1953), non capito dalla critica. Importante il grande amore con Ingrid Bergman, che prima si propone come interprete, quindi diventa compagna del regista, generando scandalo perché entrambi già sposati con altre persone. La Bergman è una protagonista di Siamo donne (1953), in un episodio a lei dedicato. Il loro burrascoso rapporto sentimentale durerà dal 1948 al 1957.

Negli anni Sessanta, Rossellini dedica grande attenzione al mezzo televisivo, che considera didatticamente utile, soprattutto per trasmettere cultura storica e geografica, più vivace e di immediata fruizione rispetto ai libri. Interessante il suo progetto enciclopedico di carattere storico su personaggi, ritratti di epoche e documentari  geografici. La televisione fu per lui un luogo dove progettare insegnamenti e diffondere cultura popolare, caratterizzata da grandi serie come L’età del ferro (1964) – con l’aiuto del figlio Renzo -, Cartesius (1974) che avevano come caratteristica l’uso dello zoom e del paino sequenza. Rossellini non trascura il cinema – un medium caldo e aggressivo – dove si ricorda per Il generale Della Rovere (1959), da un romanzo di Indro Montanelli, interpretato da un ottimo De Sica nei panni di un vigliacco costretto a diventare eroe, ma soprattutto per Era notte a Roma (1960), un ritorno ai temi della resistenza che rappresenta una condanna senza retorica della guerra. Il suo ultimo lungometraggio è Il messia (1975), per la TV un Concerto per Michelangelo (1977), infine si ricorda il trattamento di Io, Caligola (1979), non accreditato, ma nelle sue corde. Muore a Roma di attacco cardiaco, il 3 giugno 1977.

 

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