In poche parole

di Marco Amore

Discorso tenuto in occasione del vernissage di On The River, doppia personale con l’artista Angelo Zanella, presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, di Palazzo Reale, Napoli.

 

La mia ragazza mi ha consigliato di spiegare cosa si nasconde dietro la realizzazione del taccuino. I retroscena, insomma, da intercalare con qualche aneddoto divertente. <<Digli di quando sei andato dal barbiere per anziani>>, ha detto. <<Digli delle difficoltà che hai dovuto affrontare per scrivere con quell’aggeggio obsoleto e demodé.>> D’altra parte, il 20 maggio 1978, in un discorso  per il conferimento delle lauree al Fredonia College di Fredonia, New York, Kurt Vonnegut consigliò ai neolaureati che, nell’eventualità di dover tenere una conferenza, dovevano aprirla sempre con una battuta di spirito. Ecco la mia. Non chiedete mai alla vostra ragazza un consiglio su come aprire un discorso al vernissage di una mostra, perché ve lo darebbe. E, se non volete che si incazzi di brutto, lo seguirete alla lettera, come ho fatto io.

La storia del barbiere non ha nulla di grandioso e si può ridurre ai minimi termini. Un giorno ero a pranzo da lei e avevo un’acconciatura disco anni ’70, roba da far accapponare la pelle ai Pink Floyd. Erano mesi  che non tagliavo i capelli e non si poteva guardare. Così, quando suo nonno si alza asserendo di dover andare dal barbiere, la mia ragazza piglia e mi fa: <<Perché non vai anche tu, tesoro?>>

È una maestra nell’ottenere ciò che vuole. Specie quando fa gli occhi dolci da cerbiatta.

<<Dove?>> dico io.

<<Come dove, a tagliarti i capelli.>>

<<Beh, il mio parrucchiere funziona per appuntamento e prende circa dodici euro, che preferirei non sborsare.>>

<<Non ti ho detto di andare dal tuo parrucchiere, che neanche te li taglia. Ti ho detto di andare con mio nonno, dal suo, che si prende solo cinque euro.>>

Ebbene, dopo una mezz’ora di vane rimostranze, sono andato con suo nonno dal barbiere. Niente idee grandiose né voglia di muovere una critica implicita alla modernità, come ha sospettato qualcuno. Il resto lo trovate dattilografato sul taccuino, se vi prendete la briga di leggerlo.

Per quanto concerne la macchina per scrivere la storia è un tantino più lunga, ma il succo è il seguente: grazie a Dio sono nato nel 1991, quando quegli aggeggi infernali erano già andati in pensione. Altrimenti, invece di fare il Sommo Poeta, starei facendo il parrucchiere a domicilio o il tecnico di radiologia. O chissà.

A parte gli scherzi, ho scritto il taccuino, e l’ho scritto a quel modo, perché mi sentivo in dovere di dirvi quelle cose. Mi sentivo di dovervi dire che è sbagliato inseguire i falsi miti che ci propina la Tv.

Sareste orgogliosi di sapere che vostra figlia non ha <<fatto nulla di memorabile>>, a parte spogliarsi su un set? O che abbia ottenuto una parodia di successo grazie alle sue tette di plastica? C’è qualche padre in sala che sarebbe orgoglioso di avere una figlia del genere, per caso? O una donna che sarebbe orgogliosa di essere considerata alla stregua di un oggetto? Eppure sono questi i valori che trasmettiamo indirettamente ai nostri figli. Quando la sera, a cena, scegliamo di guardare programmi spazzatura; quando li invogliamo a partecipare ai talent della RAI. Li stiamo incoraggiando, anche se indirettamente, a comportarsi come si comporta Belén. Gli stiamo insegnando che bisogna avere successo a ogni costo, anche a costo della loro integrità. E che per avere successo non c’è bisogno di sudare, di impegnarsi, di diventare migliori, anzi, basta rifarsi il seno e mostrarlo a più gente possibile, perché è così che va il mondo, e non c’è bisogno che cambi. Ovvio che, sempre indirettamente, insegniamo ai figli maschi a disprezzare le donne. Tanto le donne sono quegli esseri inferiori che si spogliano in diretta per il nostro piacere, che si devono assoggettare a ogni nostro stupido capriccio, quindi è giusto picchiare una donna, se non fa come dico; è giusto buttarla via dopo un po’, quando comincia a stancarmi con le sue assurde e ignobili pretese. Com’è che si dice in certi casi? Morto un papa, se ne fa un altro. Le persone sono tutte intercambiabili, d’altronde, e il nostro mondo è un grosso paese dei balocchi. Cogli l’Attimo, Vivi Ogni Momento Come Se Fosse l’Ultimo, Insegui il Piacere. Non sono questi i mantra che ci ripetiamo ogni giorno mentre ci guardiamo allo specchio?

C’è uno scrittore americano che stimo tantissimo e che ci campa, sulla nostra follia collettiva. Un tipo bruttino e semicalvo, con le lenti bifocali e una fissazione malsana per la narrativa distopica. Si chiama George Saunders e si diverte a spingere le contraddizioni della società oltre il limite consentito, restituendoci uno spaccato grottesco di realtà, attraverso racconti crudi e impietosi. Naturalmente, come ogni scrittore che si rispetti, Saunders guarda alla società che lo circonda, in questo caso quella americana. Ma non è pur vero che ormai gli States incarnano perfettamente lo spirito dell’intero Occidente? Non è pur vero che l’American Dream è diventato un incubo ad occhi aperti anche da noi? Non ne avete abbastanza delle ragazze immagine assurte a guru della celebrità? O delle torme di sciccosissimi idioti che ci piovono addosso dai settimanali di gossip?

Una delle sue straordinarie antologie, intitolata Il Paese della Persuasione, che vi consiglio di leggere, contiene un omonimo racconto con protagonisti spot pubblicitari grondanti violenza e volgarità a gogò. Testimonial degli spot sono una coppia di innamorati che, dopo essersi giurati devozione eterna, vengono adescati da un Plumcake e da una Girella gigante; un’adolescente stiloso che preferisce mangiare un piatto di maccheroni liofilizzati MacAttack piuttosto che soccorrere la nonna in difficoltà; un’arancia e una barretta di Slappa-la-Sleppa parlanti; un uomo che truffa il suo migliore amico, in modo assolutamente meschino, per sottrargli una famigerata auto avveniristica. E via di questo passo. La morale del racconto, che potremmo tranquillamente considerare una fiaba post-moderna, comparabile a quelle del suo compatriota, Donald Antrim, ci viene somministrata, più o meno consapevolmente, sul finale. Mentre precipita da un’alta rupe da cui si è gettato di sua spontanea volontà, per sfuggire all’interminabile tortura di essere preso ad accettate da un papà eschimese nelle infinite repliche di uno spot della Fonzies, un orso polare si rende conto, in quello che crede essere il suo ultimo istante di vita, che il vero autentico Dio gli è stato del tutto ignoto. <<Eppure questo vero DIO deve esistere>>, afferma il narratore extradiegetico. <<Anzi, l’orso polare ha già mosso il primo passo verso la conoscenza del vero DIO, mediante il rifiuto del falso DIO! (un oblungo e onnipotente simbolo verde triangolare scaturito dalla mutazione genetica di un brandello di Slappa-la-Sleppa… vi prego di non chiedermi delucidazioni in merito).>>

<<DIO è vero>>, urla l’orso polare, in un momento epifanico. <<E noi possiamo conoscerLo! Il simbolo verde è un falso DIO! Un falso DIO, ossessionato dalla violenza e dal dominio! Rifiutatelo! Ricominciamo da capo! Liberate la mente! Liberate la mente e vivete! C’è un DIO più buono e generoso dentro di noi, basta cercarlo!>>

È in cerca di questo DIO che ho intrapreso un viaggio introspettivo dentro me stesso. In cerca della Verità, della mia verità personale, del mio essere unico e irripetibile al mondo, di cui il taccuino è solo uno sciocco souvenir. Ma è anche un’altra cosa: ossia una mappa del tesoro in chiave allegorica; una mappa del percorso che ho seguito per scovarlo e che reputo funzionale allo scopo. Ora sta a voi decidere quando e come usarla, se degnarla appena di uno sguardo o se studiarla a fondo e attentamente. Ciò non mi riguarda più.

Da qualche parte, nel taccuino, ho ripreso un luogo comune spesso vilipeso dai media e dalla gente di successo: La ricchezza non fa la felicità. E ho aggiunto che essere ricchi e famosi non rende automaticamente felici. Se non siete d’accordo, vi chiedo di sfogliare la biografia di Kurt Cobain, il cantante dei Nirvana, o quella di Robin Williams, l’attore statunitense, ma vanno bene anche Gail Russell, Carlos Thompson o Larry Gray. Dato che il tempo stringe, vi svelo come si concludono tutte: con la tragica morte dell’eroe, per di più auto-inflitta. Oppure pensate al Club 27, con le sue rockstar morte giovani. Forse Jimi Hendrix aveva problemi di soldi? Forse Amy Winehouse non aveva un nutrito numero di fan in ogni città toccata dai suoi tour? Eppure, che ci crediate o meno, soffriva di solitudine, e parecchio. È la dipendenza dall’alcol che pare l’abbia spinta all’autodistruzione. E non ho mai visto un alcolista felice in venticinque anni di vita.

Se ho imparato una lezione importante che vorrei trasmettervi oggi, è proprio questa: smettetela di inseguire il successo ad ogni costo; smettetela di accumulare denaro, di assumere pose o di voler sembrare chissà chi. Perché nel frattempo state trascurando voi stessi e dimenticando chi siete. State dimenticando che siete unici e straordinari e inimitabili, che non c’è nessun altro come voi, in tutto il globo, e sprecate il vostro talento. Noi non siamo dei meri calchi di gesso prodotti in serie da una fabbrica. Non siamo ninnoli decorativi e intercambiabili, di cui sbarazzarsi all’evenienza.

In una scena epica del film di Peter Weir, Dead Poets Society (meglio conosciuto, in Italia, col titolo L’Attimo Fuggente), Robbie Williams, alias John Keating, professore di letteratura al Welton, sfida i suoi studenti a mostrare la propria identità attraverso il modo di camminare. Fra i ragazzi c’è chi si molleggia sulle gambe, chi fa lo spiritoso e chi incede a passo di gallina. Ma un certo Dalton se ne sta fermo al suo posto, e quando il professore lo richiama all’ordine – <<Be’, Dalton, [lei] non partecipa?>> –  il ragazzo gli risponde a tono, dicendo che esercita il diritto di non farlo.

Questo è ciò che desidero da ognuno di voi. Grazie.

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