Fa male al cuore rivederti adesso, mia cara stazione di tanti giorni fanciulli, quando mio padre andava al posto di lavoro, oppure ci passavamo insieme nei giorni di festa per salutare il capostazione con la paletta in mano, proprio quello che da bambino mi permetteva di far partire i treni. Devo avere ancora una foto da qualche parte, a casa di mia madre, ricordo in bianco e nero sbiadito, luce del mio passato che non fa più luce, soltanto ricordo. Eri piena di vita, mia piccola stazione di provincia che collegavi Piombino a Campiglia, dalla quale partivano treni direzione porto, durante l’estate ricolmi di turisti. Ricordo d’un tratto un vagone finito in mare dopo aver demolito il respingente, chissà cos’era accaduto, per fortuna finì con qualche danno e molto curiosi – me compreso, in motorino – diretti al porto a vedere l’insolito spettacolo d’un locomotore precipitato in mare. Per mio padre fu lavoro straordinario, per noi ragazzi qualcosa in più da dire davanti al Bar Cristallo e al Magic Moment, per serate interminabili d’un’estate provinciale, calda e noiosa, percossa da refoli di maestrale, quando sognare di partire, immaginare la fuga, era il modo migliore per non scappare mai, ché soltanto sognando avevi tutto realizzato, nel frattempo rimandavi l’ingresso alla vita. E dalla mia cara stazione partivano treni, che contavo distratto durante giornate di studio, partivano treni che non tornavano, brulicava la vita, manovali in bicicletta scambiavano binari per treni impossibili e consueti, mentre tra pagine di libri sognavo il futuro, leggendo romanzi d’amore e poesie surrealiste.  Cara la mia stazione, che c’era persino un’edicola, piena zeppa di fumetti, giornaletti colorati con i primi supereroi americani che adesso compro per nostalgia, come faceva mio padre con Mandrake e L’Uomo Mascherato. Un’edicola con una vecchietta che mi teneva da parte L’Uomo Ragno, quando riscuotevo la paghetta e correvo trafelato a comprarlo, sognando nuove incredibili avventure, fantastiche solo per l’attesa di poter leggerle ancora. Un fumetto lo ricordo in maniera nitida, non so perché, lo comprai all’edicola della stazione nei primi giorni di giugno, scuola ormai finita, mio padre permetteva che si leggessero fumetti. L’Uomo Ragno combatteva contro Il Mago, storia di Stan Lee, disegni di Steve Ditko, legnosi e asciutti, io stringevo il giornaletto tra le mani e andavo al mare, sotto piazza Bovio, mio padre pescava mentre io leggevo, ché pescare non mi è mai piaciuto, ma osservavo le onde, pensavo al futuro, immerso nella mia storia a fumetti, colorata e fantastica. Una giornata d’estate, il sole a picco sulla piazza affacciata sul mare, la stazione lontana che faceva partire treni, i sogni che volavano liberi e lontani. Che tristezza, adesso, mia cara stazione da dove quasi non partono treni, soltanto autobus direzione Campiglia. Che tristezza, non comprarci più fumetti, non poter consumare un caffè, ora che edicola e bar hanno chiuso i battenti. Visione di vita brulicante passione nel tempo, sogno struggente che non ritorna. E i treni non partono. E i sogni non spiccano il volo. Sono tutti partiti. Sono tutti perduti.

Gordiano Lupi

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