La morte misteriosa del terribile Ghino di Tacco
di Gordiano Lupi

Ghino di Tacco aveva fatto il bandito per tanti anni nel suo covo di Radicofani, una landa assolata e sperduta della Val d’Orcia che d’inverno s’imbianca di neve. Lo avevano spedito là i giudici senesi dopo che aveva rubato a San Quirico e a Sinalunga. Dal suo rifugio di Radicofani Ghino aveva assalito viandanti e soldati, derubato uomini e donne, affrontato mille pericoli. Il suo spadone enorme si abbatteva come una scure sui ricchi signori che passavano da quel posto di frontiera sulla via Cassia. Lui derubava solo i ricchi, un po’ come Robin Hood, e poi dopo il furto li invitava persino a magiare un boccone a casa sua, nel grande castello. Una volta aveva catturato l’abate di Clunij che se ne stava andando verso le acque termali di San Casciano dei Bagni per curare un mal di stomaco. Ghino lo aveva rinchiuso nella rocca e nutrito per giorni solo con pane e fave secche. La cosa strana è che la dieta giovò molto all’abate che guarì del suo mal di stomaco e fu riconoscente a Ghino per tutta la vita.

Era un tipo strano, Ghino di Tacco. Però in vecchiaia lo divenne ancora di più. Cambiò carattere dopo aver accumulato tante ricchezze. Terribile d’aspetto, alto come un gigante, ciglia ispide e volto pieno di rughe come fossero sentieri inesplorati. Da vecchio si ritirò nel suo castello e condusse una vita solitaria. Faceva pure l’usuraio, prestava denaro ai poveri e chiedeva almeno il novanta per cento d’interesse. “Altrimenti non mi conviene rischiare il denaro” diceva.

E se qualcuno non pagava gli portava via tutto quello che aveva, il terreno, le bestie, i cavalli, oppure lo faceva marcire in prigione.

Quando passava per le strade di Radicofani le comari mormoravano: “Quando muore se lo porterà via il diavolo, quel vecchio spilorcio!”. Ghino di Tacco era diventato ricco, potente e duro d’animo, a lui non importava se la povera gente moriva di fame e se qualcuno gli chiedeva un pezzo di pane non lo aiutava.

“Vai a lavorare!” gridava.

C’era poi chi si impiegava presso di lui nella vigna che produceva un ottimo vino. Ghino trovava mille scuse pur di non pagarlo.

“Il tuo lavoro è fatto male” diceva. E lo licenziava.

Si narra che un giorno passò dalla vigna un viandante affamato che vide i bei grappoli maturi pendere invitanti. Ne colse uno e cominciò a  mangiare. Subito arrivò sul posto Ghino con il fucile.

“Lo sai quel è la fine che fanno i ladri?” disse puntando l’arma sul malcapitato. Il viandante lo supplicò di avere pietà. Aveva solo fame.

“Ti lascerò andare” disse Ghino con una risata perfida “però lega una scarpa dove hai tolto il grappolo e torna a prenderla il prossimo anno”.

Il pellegrino si tolse una scarpa, la legò alla vite e riprese il cammino.

Ghino di Tacco era fatto così. Se un povero chiedeva pane e implorava la sua misericordia chiamava le guardie e lo faceva arrestare. Non voleva essere importunato. Però viveva da solo e soltanto una vecchia serva lo sopportava. Era così malvagio che temeva pure l’acqua santa e per questo evitava di entrare in chiesa.

Una notte però gli accadde una cosa terribile. Ghino si svegliò di soprassalto al tintinnare di mille monete d’oro. Il suono veniva da fuori. Subito Ghino si affacciò alla finestra ma si accorse che non c’erano monete ma un demonio dal volto orribile che volava nel cielo. Si sentì male e si accorse che stava per morire. Il diavolo era venuto a  prenderlo. La vecchia governante che sino a quel giorno lo aveva servito si avvicinò con il rosario. “Signore, aiutalo…” implorò.

Pure il vecchio avaro esclamò: “Signore aiutami!”.

Alla fine della sua turpe vita si pentiva e chiedeva l’aiuto di Dio.

Ma era troppo tardi.

Il giorno dopo la serva sparse la voce che durante la notte a Radicofani era passato il diavolo e si era portato via Ghino di Tacco. Lei aveva visto la scena con i suoi occhi. Per questo tutti dissero che Ghino non doveva essere tumulato in un luogo santo e lo seppellirono nella campagna di Val di Paglia sotto un vecchio ulivo. Passavano gli anni e l’ulivo cresceva ritorto e si annodava su se stesso, alla fine seccò ma nessuno lo voleva tagliare. Durante un’estate calda e assolata più del solito un viandante vide nel tronco dell’ulivo secco un serpente dagli occhi di drago. Il diavolo aveva portato via il corpo di Ghino, ma la sua anima che aveva chiesto aiuto al Signore in punto di morte era andata a pentirsi in Purgatorio. Così almeno dice la leggenda e la rocca scura che troneggia in Val d’Orcia tra i deserti campi di grano e le vigne di Radicofani resta unico testimone della vita avventurosa e della malvagia vecchiaia di Ghino di Tacco.

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