Nino Genovese

Antonino Genovese, classe '84, è anestesista, rianimatore e algologo. Ha all'attivo diverse pubblicazioni: Teste (Ed. Il Foglio 2004), Il Principe Marrone (Ed. Il Foglio 2008), Il Dottor Maus e il Settimo Piano (Ed. Smasher 2009), Il nonno è un pirata (Ed. Il Foglio 2017)

Paisanella o Champagne?
di Antonino Genovese

Il pallido sole di aprile accarezzava la statale centosette, che collegava Cosenza a Crotone. Tutt’intorno si estendevano vigneti e alberi dei tipi più disparati. I pini secolari erano stati tutti tagliati e importato negli anni quaranta. Ma i nuovi alberi settantenni crescevano rigogliosi. La tenuta Benincasa compariva dopo un tornante, immersa nel verde, protetta dai ciliegi.

—Scrivo io. Tiriamo fuori sei numeri! Quindici, il giorno che è nato mio figlio — esordì Nino, dopo aver svuotato il bicchiere ricolmo di Unico Senator del 2009.

—Venticinque, senza un motivo. Sono ubriaco e mi è venuto in mente questo numero— disse Bruno.

—Sessantatrè, come i miei anni — disse George, sistemandosi alla meglio il ciuffo di capelli bianchi, che gli avevano regalato quel soprannome in onore di George Clooney.

—Nove, il numero di Gonzalo Higuain — disse Enzino, mentre buttava giù l’ultimo sorso di Paisanella.

—Sessantasette, l’anno che morì il Che — Giovanni era comunista, ma di quelli veri. Intransigente fino al midollo, convinto al punto da chiamare Ernesto il suo primo genito.

—Ne manca uno — disse Nino.

—Gaetano, — disse Enzino, — dacci un numero, ci manca il sesto!

Il proprietario della Tenuta Benincasa si avvicinò. Era un ragazzone alto, con una pancia da locandiere, abbozzata sotto la polo Lacoste. La barba incolta gli dava un’aria trasandata. Prese la bottiglia di vino vuota e la sostituì con una piena.

—Nove, come i litri di vino che vi siete bevuti! — disse, ridendo.

—Allora ci siamo. Enzino, mi raccomando, gioca questi numeri — disse Bruno, il leader indiscusso del gruppo. Coetaneo di George. Amante delle belle donne, del buon vino e delle automobili sportive. Teneva alla sua Audi A3 Sportback più di ogni altra cosa al mondo.

—Si sbanca! Brindiamo ai nostri numeri! — Nino, il più giovane, cinico e pazzo anestesista che fosse transitato a San Giovanni in Fiore, alzò il bicchiere, che per magia era di nuovo pieno. Si asciugò il sudore dalla fronte ampia e sporgente. Anche in Sila riusciva a soffrire il caldo.

Si trova sempre una ragione per brindare, recitava una canzone di Luciano Ligabue.

 

Da un giorno all’altro la vita di Nino era cambiata. Aveva lasciato la sua Sicilia, maledetta e contradditoria, bella e ammaliante. Aveva sostituito la magica visione delle Eolie, panorama maestoso che poteva ammirare dalla Rianimazione di Patti, con i monti innevati della Sila. Aveva lasciato tutto per un tozzo di pane, sicuro e soprattutto indeterminato. Lo attanagliava il dubbio che non ne valeva la pena. Forse aveva fatto una cazzata a lasciare tutto per un tempo indeterminato. In fondo, un Anestesista disoccupato non si è mai visto. Eppure il desiderio del posto fisso e dello stipendio sicuro lo aveva portato lontano dalla moglie e dal figlio di due anni. Gli mancava non poterlo stringere al petto tutte le sere, ingaggiare corse mozzafiato nei meandri del corridoio di casa, scalare montagne immaginarie in sella a Chicco Rodeo. Si stava perdendo le parole, sempre più numerose, che venivano fuori, spontanee, dalle corde vocali di Simone.

Non tutto però era da buttare. Quell’esperienza gli stava facendo scoprire la bellezza delle cose che aveva perso, a favore di un lavoro logorante e stressante. In Sila aveva trovato amici inaspettati. Generazionalmente più esperti, ma dal cuore giovane.

Si rammentò che da circa tre giorni la cefalea era scomparsa. Stava consumando i tasti del pc a furia di raccontare storie. La sua voglia innata di scrivere era tornata a galla, scrollandosi di dosso lo stress quotidiano.

In fondo la sua vera passione non erano gli ospedali, o la medicina, ma salvare vite. Era un Rianimatore. Il suo compito era far ripartire i cuori che avevano deciso di non battere più. Allo stesso modo scrivere era l’unico modo che conosceva per non far smettere di far battere il proprio.

Smise di pensare non appena appoggiò la testa sul cuscino. Forse per l’eccessiva dose di vino, piombò in un sonno profondo. Senza sogni.

Un trillo malefico lo riporto alla realtà. Rotolò nel letto, troppo grande per lui. Stava quasi per finire a terra. Fissò la sveglia, che ricambiò lo sguardo, incolpevole. Era il cellulare. Non si ricordava di essere reperibile, ma poteva anche darsi che avesse confuso i turni.

Era Bruno, il capo dei capi delle osterie cittadine. Non c’era bar che non conoscesse, né locanda dove potersi avvinazzare in pace.

—Ragazzino! Prepara le valige. Ci compriamo San Giovanni!

Nino era ancora stordito. Gli occhi impastati. La bocca amara.

—Bruno, sei ubriaco?

—Lo sono sempre! Scendi. Sono sotto casa tua.

Nino, che si era addormentato vestito, mise la giacca pesante. Ad aprile faceva ancora freddo la sera. Infilò le scarpe, controllò che avesse le chiavi di casa e il cellulare, poi raggiunse l’esperto infermiere. Chissà che era successo?

—Abbiamo vinto! — urlò Bruno, abbracciandolo.

—Cosa?

Nino non ricordava nemmeno di aver giocato il superenalotto.

—Abbiano fatto sei.

—Sei?

—Quarantotto milioni di euro!

—Non mi va di scherzare.

Bruno piazzò il cellulare in faccia al Rianimatore.

Nino sbiancò. Era vero.

Quarantotto milioni di euro. Nove milioni e seicentomila euro a testa.

—Gli altri lo sanno?

—Ci aspettano al pub.

Il Symposium era il loro ritrovo. Si rintanavamo sempre lì. Ogni scusa era buona. La partita. Il freddo. I compleanni. Era un posto accogliente, in pieno centro storico. Roberto, il proprietario, era un ragazzo dai modi gentili.

—Chi manca? — chiese Giovanni.

—Enzino — rispose George.

—Intanto beviamo — propose Bruno.

—Mamma mia! Non dobbiamo dirlo a nessuno — disse Nino. Quella cifra gli faceva davvero paura. Che cosa avrebbe fatto con nove milioni e seicento mila euro?

—Io mi compro un’Audi nuova — disse Bruno, portando alle labbra una bionda fredda e schiumosa.

—Non avevamo dubbi — disse George.

—E tu? Cosa ti comprerai? — chiese Bruno.

—Io penso a dare un futuro ai miei figli — disse George, che da simpatico sessantenne scanzonato si era trasformato in un istante nel padre di famiglia serio e pacato di tutti i giorni.

—Io compro una serie di appartamenti in giro per l’Italia. Una bella pensione integrativa! Altro che comunismo! — disse Giovanni.

Si voltarono tutti verso Nino.

—Io mi licenzio. Torno da Simone e da mia moglie.

—Roberto, apri una bottiglia di Champagne. Abbiamo da festeggiare! — disse Bruno, che già pensava a rilevare una concessionaria Audi.

Ma Enzino, dov’era finito?

 

Enzino era fermo. Il volto scuro appoggiato sul petto. Le mani in tasca.

Osservava i suoi amici far festa attraverso la vetrata del pub. Brindavano ai sogni e a un futuro senza più pensare al conto in banca.

Aveva compiuto quarant’anni da poco e anche lui aveva voglia di cambiamento. Voleva lasciare quella città che gli stava stretta. I monti erano le sbarre della sua cella. La vittoria al superenalotto li avrebbe lanciati tutti verso altre realtà, ma quella schedina non era mai stata giocata.

Sulla via del ritorno aveva visto Marianna, la donna per la quale aveva sempre avuto un debole e alla quale non aveva mai avuto il coraggio di dichiarare i propri sentimenti. Occhi azzurri come il cielo e volto da bambina. Riccioli ribelli biondo cenere. Avrebbe potuto essere il soggetto di un quadro. Le aveva anche dedicato una poesia, ma anche quella era rimasta nel cassetto. L’aveva vista dopo mesi, anche se San Giovanni è piccolo e non è facile scappare agli occhi della gente. Era rimasto come pietrificato. E dopo tanto tempo si era fatto coraggio. Forse il vino aveva rimosso i freni inibitori che lo tormentavano tutti i giorni. Forse il gruppo di amici che faceva baldoria al Symposium lo faceva sentire meno solo e la compagnia gli dava coraggio. Non riusciva a capirne il motivo, ma quel giorno si sentiva sicuro dei propri mezzi.

Si era avvicinato e gliel’aveva detto.

Mariannadasempreiosonostatoinnamoratoditebalbettoquandotivedoelatachicardiamiassaletelodevodiredamoltotempomanonhomaiavutoilcoraggio. Lo aveva detto così, tutto d’un fiato. Sapeva che se si fosse fermato, anche solo per respirare, non sarebbe riuscito a finire la frase.

Il silenzio era calato tra i due. Lei non disse nulla ed Enzino stava per avere una sincope. Il cuore gli batteva all’impazzata e il petto si stava squarciando.

Marianna rispose con un gesto eloquente. La mano destra indicò il ventre gravido. Enzino ci aveva messo troppo tempo a trovare il coraggio per dichiarare il suo amore. Ma era contento lo stesso.  Finalmente si era tolto quel peso che lo tormentava dai tempi della scuola superiore. Vent’anni d’amore a senso unico.

Arrivò automaticamente al tabacchino. Avrebbe giocato i numeri. Sfortunato in amore, fortunato al gioco. Ma la saracinesca era chiusa. Guardò l’orologio. Le venti e trenta. Imprecò. Contro sé stesso e la sua maledetta vita sfortunata. Tornò a casa. In fondo i numeri al superenalotto non uscivano mai.

 

Bruno strinse il bicchiere in mano fino a romperlo in mille pezzi. George ordinò un’altra bottiglia di Champagne. Giovanni si rannicchiò a terra. Piangeva come un bambino delle scuole elementari. Nino pensò per un attimo di prendere il curaro in frigo in sala operatoria. Ma solo per un attimo.

—Roberto, lascia perdere lo Champagne — disse Bruno.

Il proprietario del pub li guardò incredulo. Non stava capendo niente. Un attimo prima erano felici, toccavano il cielo con un dito. E adesso? Champagne sì, champagne no? Forse non gli era piaciuto. Sapeva di tappo? Nessuno mai ordinava Champagne.

—Riempi i bicchieri! Un giro di Paisanella per tutti. Offro io — disse Bruno.

—L’amicizia si festeggia con la Paisanella — disse George.

—Lo Champagne lasciamolo ai ricchi — precisò Nino.

—Paisanella per tutti! — disse Giovanni, — tanto offre Bruno.

 

Nino non aveva mai visto una stella toccare terra. Ma a mille metri d’altezza il cielo era più vicino e tutto poteva essere. Quella sera di aprile le stelle cadevano una dopo l’altra. Espresse un desiderio. La sua voglia più grande era abbracciare Simone. Stringerlo forte e sentirsi chiamare papà. Le stelle planavano morbide sull’asfalto. Si stropicciò gli occhi.

Era davvero ubriaco. Non erano stelle. Ma fiocchi di neve.

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *