Aspettando lo scirocco
di Gordiano Lupi

L’ultima volta che volevo parlare dello scirocco ho finito per raccontare il tempo perduto. Spero che questa volta vada meglio, ché io mica lo so dove vado a parare quando comincio a scrivere uno dei miei racconti che non sono racconti. L’editore della rivista per cui scrivo li ha chiamati racconti tascabili, forse è vero, ché brevi son brevi, ma racconti nel senso più stretto del termine mica lo sono. Un racconto – lo dice la parola stessa – racconta qualcosa, un fatto, un evento, un momento della nostra piccola storia quotidiana. I miei racconti no, rimembrano emozioni, spezzettano ricordi, ammanniscono frammenti del tempo che non torna; la trama è il loro ultimo pensiero, il plot nemmeno lo considerano, quel che conta è stupire, direbbe un mio amico attore, quel che cercano è soltanto emozionare. A volte ci riescono, ma vada come vada ti fanno sopravvivere alla noia del quotidiano, allo spleen che si esorcizza scrivendo, a quel doloroso sentimento che va da Baudelaire a Rimbaud passando per Proust, visto che in questo periodo mi è presa una nostalgia tutta francese del vecchio liceo e delle lezioni di letteratura impartite da un magico professore del passato.

Si parlava di scirocco, comunque, altrimenti si finisce come l’ultima volta, quando il titolo toccò cambiarlo, ché si divaga sempre quando soffia lo scirocco, forse perché è il vento del tempo perduto, il vento del rimpianto, forse perché quella nebbia che ondeggia sottile sull’isola lontana ti spinge a ricordare quel che è stato e che non può tornare. Forse. I gabbiani al mattino sono i miei galli del risveglio, non serve sincronizzare orologi e telefoni, magari una radio sveglia che diffonde la struggente nostalgia di Luci a San Siro, ci pensano loro, spinti dallo scirocco a dirti che devi andare, che non resta altro tempo da lasciare al tempo. Lo scirocco ha sempre la meglio, tu parti in salita, senti il peso degli anni, accusi il torpore d’una notte insonne, ti porti nel cuore i giorni in cui sei stato infelice, riesci solo a dispensare tristezze. Sono i giorni migliori per scrivere, in fondo, come diceva il poeta, se sono d’umore nero allora scrivo, di solito ho da far cose più serie, costruir su macerie o mantenermi vivo. E allora, scirocco che tempesti la mia vita, che spingi a volare con la fantasia come in un film di Zavattini e De Sica, scoprendo i luoghi più reconditi della scogliera affacciata sul mare, catturami tutti i ricordi, non perdere neppure un istante del mio passato. Voglio sfogliare la margherita del rimpianto, confondermi in quel che non è stato, nelle parole non dette, nei fiori non colti, ché tutto si nasconde tra le tue perfide ali, vento maligno della mia terra africana, zefiro insensibile al dolore che si disperde in rivoli di mare. Voglio sentirmi pervadere dal tuo aroma, assaporare goccia dopo goccia il tuo sudore, provare la pesantezza dei miei passi, farmi compagno della solitudine, riportando in vita quel che non è stato, abbandonato sulla mia povera spiaggia di terra e sassi, al riparo dalla coltre nera dei miei pensieri, in attesa del tramonto. Aspettando lo scirocco, in fondo, come se fosse Godot.

 

Foto di Riccardo Marchionni

 

 

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