Figli d’un perduto istante
di Gordiano Lupi
foto di Riccardo Marchionni

Tornare alle usate cose spendendo il tempo che rimane. Passato il maestrale, passato il libeccio, passato il tentativo di pioggia nel pavido orizzonte squarciato da lampi. Tornare alle usate cose pensando ad altro, come al solito, pensando al futuro, frase difficile da pronunciare in una stagione della vita che rende più semplice vivere con i ricordi che costruire speranze. Sentire il bisogno di fuga, una fuga mai praticata perché implica scelte definitive, abbandoni radicali, cose alla Monaldo dei Vitelloni, salutare con la mano da un treno mentre un bambino chiede: Non stavi bene, qui? Certo che ci stavo bene, piccolo mio, così bene che non me ne sono mai andato. Ho sempre vissuto a Piombino, in ogni luogo della mia vita ho riscoperto la mia terra, sognatore di perdute spiagge, ho sempre vissuto il mio bastardo posto, il ricordo d’una Combray disperata, immerso nel vento di maestrale che scolpisce la costa. Per questo tornare alle usate cose costa fatica, più che lottare, ché il giorno dopo giorno è un nemico invincibile, rubinetto nel vuoto che gocciola rimpianti, ti uccide mentre devasta emozioni, trasforma il te stesso del giorno andato e lo rende incomprensibile. Siamo i figli d’un perduto istante, modificati dalle stagioni della vita, pure se gli altri ci vorrebbero immutabili, soprattutto i figli. Fermiamo il tempo solo scrivendo, ricercando antiche frasi che da tempo decantavano nella scrivania della memoria. Basta poco, in fondo, un tramonto, un oleandro sul mare, un fico d’india, il fiore di un’agave spinosa che si spinge intrepido a conquistare il cielo. Basta vivere appena…

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