Punto di vista

DA CHE PUNTO DI VISTA GUARDARE?

Immaginiamo di essere seduti sulla panchina di un parco, a leggere comodamente il giornale. Si avvicina un gatto che si struscia alla nostra gamba e fa le fusa. Noi abbassiamo gli occhi e lo guardiamo. Contemporaneamente anche il gatto ci guarda.

Ecco che nella stessa scena, abbiamo due punti di vista.

Il nostro e quello del gatto.

Attenzione, però:

entrambi non potranno essere identici, altrimenti che differenza ci sarebbe tra noi e un felino? A partire dalla posizione stessa (noi seduti, il gatto accoccolato per terra), fino allo spettro visivo dei colori, il punto di vista sarà molto diverso l’uno dall’altro.

GIA’… MA COME FARE?

Immaginiamo di avere in mano una telecamera ed effettuare una ripresa.

Noi siamo l’occhio che guarda la scena, e come tale, possiamo vederla solo da un’angolazione e non da varie prospettive.

Se guardiamo il gatto, diremo che è di colore rossastro (perché lo vediamo), diremo che si sta leccando le zampe (perché lo vediamo), diremo anche che ha la coda ferita (perchè la vediamo), ma non potremo dire che è affamato o ammalato, semplicemente perché non lo sappiamo.

Noi non siamo il gatto, siamo gli osservatori.

A meno che il felino non ce lo faccia capire visivamente, non potremo sapere cosa sta provando. Potremo solo intuirlo dalle sue azioni, ma senza averne  la certezza, ed è così che dovremo raccontare la nostra scena.

Attenzione! Gestire il punto di vista sembra facile, ma non lo è!

Dobbiamo davvero calarci nei panni dell’osservatore e stare attenti a non rivelare troppo di ciò che lui non può realmente vedere.

LA PAROLA ALL’ESPERTO

Ascoltiamo Giulio Mozzi, scrittore per Einaudi e Mondadori, che ci spiega il Punto di vista.

ESEMPIO (DA NON FARE!)

La protagonista è l’agente Marta Dei, che durante un’indagine deve interrogare un militare sospettato di un crimine.

Quindi il punto di vista è il suo.

Marta Dei se ne stava in piedi, appoggiata contro il muro, un taccuino in mano e una gomma da masticare che ormai aveva perso gran parte del sapore. Solo una lieve spolverata di trucco le indorava fronte e zigomi. Il militare pareva ignorarla, restandosene fermo sull’attenti. Lei avanzò di un passo e lo squadrò.

“Non vuole proprio aggiungere altro?”.

L’uomo le buttò un’occhiata, mentre pensava alla partita di calcio che l’attendeva non appena concluso quel noioso contrattempo. 

“Gliel’ho detto” rispose reprimendo la voglia di mandarla al diavolo. “Non so altro”.

“E’ sicuro?” insisté lei. 

Il militare stavolta soppesò la donna con lo sguardo. “Ho fretta. Se non ha altre domande, io me ne andrei”.

Ecco fatto.

Avete notato che confusione nel gestire il punto di vista? Spero di sì, ma se non è chiaro, cercherò di spiegarlo io.

Ho detto che siamo nei panni di Marta Dei, giusto? La scena la seguiamo attraverso i suoi occhi, d’accordo? Allora come fa lei a sapere che il militare sta pensando alla partita di calcio che lo aspetta? E come fa a sapere che l’uomo reprime la voglia di mandarla al diavolo?

Semplice. Quello è il punto di vista del militare!

Saltare involontariamente da un punto di vista all’altro è uno degli errori più frequenti e banali di un autore alle prime armi, quindi non dobbiamo spaventarci. Una volta compresi i meccanismi, tutto si rivelerà più facile e naturale.

Ma non è finita qui.

Se siamo con Marta Dei, come mai nell’ultimo rigo lei descrive sé stessa come “la donna”?

Il militare stavolta soppesò la donna con lo sguardo

Quando raccontiamo un’azione che abbiamo fatto, diciamo “L’uomo andò in bicicletta”, oppure “Sono andato in bicicletta”, visto che il soggetto siamo noi?

Altro salto nel punto di vista del militare!

Che quindi, giustamente, può chiamare Marta Dei semplicemente “la donna”.

ESEMPIO (DA SEGUIRE)

Marta Dei se ne stava in piedi, appoggiata contro il muro, un taccuino in mano e una gomma da masticare che ormai aveva perso gran parte del sapore. Solo una lieve spolverata di trucco le indorava fronte e zigomi. Il militare pareva ignorarla, restandosene fermo sull’attenti. Lei avanzò di un passo e lo squadrò.

“Non vuole proprio aggiungere altro?”.

L’uomo le buttò un’occhiata che parlava chiaro. “Gliel’ho detto” rispose con fare annoiato. “Non so altro”.

Come minimo stava pensado alla partita di calcio del dopo cena, immaginò Marta.

“E’ sicuro?” insisté lei.

Così facendo rischiava di essere mandata al diavolo stavolta, e lo sapeva, ma non se la sentiva di mollare l’osso.

Il militare si limitò a soppesarla con lo sguardo. “Ho fretta. Se non ha altre domande, io me ne andrei”.

Tutto chiaro?

PUNTI DI VISTA “FAMOSI” 

Giusto un paio di esempi, per rendere ancora più evidente l’importanza di questa tecnica e il suo molteplice utilizzo:

  • Sherlock Holmes. Avete notato il PdV scelto da Doyle per raccontare le avventure del suo detective? Esatto. E’ quello di Watson. Il genio dell’indagine “visto” e “descritto” solo attraverso gli occhi del fedele assistente. L’autore usa queso trucco per non svelare in anticipo le soluzioni dei casi. Se il PdV fosse quello di Holmes, capiremmo molto prima le sue brillanti deduzioni, che invece devono servire a stupirci strada facendo. Essere nella testa del grande detective, rovinerebbe gran parte del divertimento al lettore.
  •  Cinquanta sfumature di nero. Se la prima versione della storia è raccontata dal PdV di Anastasia, quella nuova coinvolge il bello e tenebroso Christian Grey. In altre parole, la solita minestra, ma vista e vissuta dalla parte del dominatore, stavolta. Di certo una bella trovata dell’autrice per cavalcare ancora l’onda del successo! 

 

 

CONCLUSIONI

Un buon utilizzo del PdV non serve solo a raccontare bene una storia, ma anche a crearne di nuove, suggerire idee diverse o stimolare l’immaginazione.

Il nostro incontro con il gatto all’inizio, per esempio.

Perché no?

Mi sembra un buon punto da cui cominciare.

 

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