Colui che venne a salvarmi (1967)
da El que vino a salvarme (1970)
di Virgilio Pinera
Traduzione di Gordiano Lupi

Ho sempre avuto una grande paura: non sapere quando sarei morto. Mia moglie affermava che era colpa di mio padre; quando mia madre stava agonizzando, lui mi mise davanti a lei e mi obbligò a baciarla. A quel tempo avevo dieci anni e adesso sappiamo bene che la presenza della morte impressiona profondamente i bambini… Non dico che la considerazione sia falsa, ma il mio caso è diverso. Ciò che mia moglie ignora è che vidi giustiziare un uomo, e lo vidi per puro caso. Giustizia irregolare, in realtà, due uomini tendono un agguato a un altro uomo nei bagni di un cinema e lo sgozzano. Come è accaduto? Semplice, me ne stavo chiuso dentro a defecare e loro non potevano vedermi; erano negli orinatoi. Io defecavo tranquillamente quando sentii dire: «Non uccidetemi…». Guardai dal reticolato, vidi un coltello che tagliava una nuca, sentii un urlo, sangue a fiotti e gambe che si allontanavano in gran fretta.      Quando la polizia giunse sul luogo dei fatti mi trovò pallido, quasi morto, in preda a quel che chiamano uno “shock nervoso”. Sono stato un mese tra la vita e la morte.

Ora, non vi mettete a pensare che, dopo l’accaduto, avessi paura di essere sgozzato. Certo, potete pensarlo, è un vostro diritto. Se uno vede sgozzare un uomo, è logico che pensi che gli possa accadere la stessa cosa, ma è anche logico pensare che non possa capitargli la maledetta casualità di un destino, o quel che sia, che lo prescelga per avere identica sorte dell’uomo che sgozzarono nei bagni del cinema.

No, non era quella la mia paura; ciò che io sentii, proprio nel momento in cui sgozzavano il tipo, si potrebbe esprimere con questa frase: Quando sarà l’ora? Immaginiamo un vecchio di ottant’anni, già pronto per affrontare la morte; penso che la sua idea fissa non possa essere altra che chiedersi; sarà questa notte? sarà domani? sarà alle tre del mattino di dopodomani? accadrà in questo stesso momento in cui sto pensando che sarà dopodomani alle tre del mattino? Siccome si rende conto che il tempo residuo della sua vita è molto ridotto, pensa che i suoi calcoli intorno all’ora fatale siano abbastanza precisi, ma, al tempo stesso, visto che non è in grado di determinare il momento, le sue previsioni sono inutili. Invece, il tipo assassinato nel bagno ha saputo, subito, quale sarebbe stata la sua ora. Nel momento in cui pronunciava: «Non uccidetemi…» sapeva che la sua ora era giunta. Tra la sua esclamazione disperata e la mano che muoveva il coltello per tagliargli il collo, ha conosciuto il minuto esatto della sua morte. Come dire, che se l’esclamazione è stata pronunciata, per esempio, alle nove, quattro minuti e cinque secondi della notte, mentre lo sgozzamento si è verificato alle nove, quattro minuti e otto secondi, lui ha conosciuto esattamente l’ora della sua morte con un anticipo di tre secondi.

Invece, qui, disteso sul letto, solo (mia moglie è morta l’anno scorso e, d’altra parte, non so come la poveretta avrebbe potuto aiutarmi a risolvere il problema dell’ora della mia morte), mi sto scervellando con il poco senno che mi resta. È noto che a novant’anni (questa è la mia età) si sta come il viaggiatore in attesa del momento, con la differenza che il viaggiatore conosce l’ora della partenza mentre il novantenne la ignora. Ma non anticipiamo.

Quando vidi il tipo sgozzato nel bagno avevo appena vent’anni. Il fatto di essere pieno di vita in quel periodo e inoltre di averla davanti quasi come un’eternità, cancellò subito quel quadro sanguinoso e quella domanda angosciosa. Quando siamo pieni di vita si ha soltanto tempo per vivere ed esistere. Uno esiste e si dice: «Come sto bene, emano salute da tutti i pori, sono capace di mangiare un bue, fare l’amore cinque volte al giorno, lavorare instancabilmente per venti ore consecutive!…» per questo motivo uno non può avere nozione di cosa significhi morire ed estinguersi. Quando a ventidue anni mi sposai, mia moglie, vedendo i miei ardori una notte mi disse: «Farai le stesse cose con me quando sarai un vecchietto?». Io le risposi: «Che cos’è un vecchietto? Forse tu lo sai?».

Neppure lei, naturalmente, lo sapeva. E siccome né io né lei potevamo, per il momento, raffigurarci un vecchietto, ci mettemmo a ridere e continuammo a scopare tranquillamente.

Ma dopo aver compiuto cinquant’anni, cominciai a intravedere il momento in cui sarei stato un vecchietto, e cominciai pure a pensare all’ora della mia morte… Certo, continuavo a vivere, ma al tempo stesso cominciavo a morire, e una curiosità, morbosa e vorace, mi poneva davanti il momento fatale. Visto che dovevo morire, avrei voluto sapere almeno in quale istante sarebbe sopravvenuta la mia morte, come sono consapevole, per esempio, del momento preciso in cui mi lavo i denti…

E mano a mano che diventavo più vecchio, questo pensiero si faceva sempre più ossessivo fino a diventare quella che chiamiamo una fissazione. Avevo settant’anni quando feci il mio primo viaggio in aereo. Ricevetti un telegramma da parte della moglie del mio unico fratello per avvisarmi che lui stava morendo. Presi subito l’aereo. Dopo due ore di volo trovammo cattivo tempo. L’aereo era una piuma nella tempesta, e tutto quel che si dice degli aerei sotto gli effetti di una tormenta: passeggeri spaventati, hostess che andavano e venivano, oggetti che cadevano a terra, grida di donne e di bambini confusi a padre nostro e ave maria, infine, quel memento mori che è ancora più memento a quarantamila piedi di quota.

«Grazie a Dio» mi dissi, «grazie a Dio per la prima volta mi avvicino con una certa precisione a ciò che riguarda l’istante della mia morte. Almeno, a bordo di questa nave in pericolo di schiantarsi, posso cominciare a calcolare il momento. Dieci, quindici, trentotto minuti?… Non importa, sono vicino, e tu, morte, non riuscirai a sorprendermi».

Confesso che godetti selvaggiamente. Neppure per un istante mi prese la voglia di pregare, passare in rassegna la mia vita, fare atto di pentimento o semplicemente quella funzione fisiologica che è vomitare. No, facevo solo attenzione all’imminente caduta dell’aereo per sapere, mentre ci stavamo schiantando, che quello era il momento della mia morte.

Passato il pericolo, una passeggera mi disse: «Senta, la guardavo mentre stavamo per cadere, lei si comportava come se niente fosse…». Sorrisi, non le risposi; lei, con la sua angoscia ancora dipinta sul volto, ignorava la mia angoscia che, per una sola volta nella mia vita, si era trasformata – a quarantamila piedi di quota – in uno stato di grazia comparabile a quello dei santi più autorevoli della Chiesa.

Ma a quarantamila piedi di quota, a bordo di un aereo sconvolto dalla tormenta – il solo paradiso intravisto nella mia lunga vita – non si resta tutti i giorni; al contrario si abita l’inferno che ognuno si costruisce: le pareti sono il pensiero, il tetto sono i terrori e le finestre sono gli abissi… E dentro, uno si scioglie a fuoco lento, perde la vita tra le fiamme che si presentano in forme singolari, a che ora, un martedì o un sabato, in autunno o in primavera

E io mi sciolgo e brucio ogni volta di più. Mi sono trasformato in un perfetto campione di un museo di teratologia e al tempo stesso sono la viva immagine della denutrizione. Sono sicuro che nelle mie vene non scorre sangue ma pus; dovete vedere le mie piaghe – purulente, paonazze –, e le mie ossa, che sembrano aver conferito al mio corpo un’altra anatomia. I fianchi, come un fiume, sono tornati alla loro origine; le clavicole, scarne, sembrano remi pendenti dal fianco di una barca; le fosse occipitali fanno sembrare la mia testa un cocco schiacciato da un colpo di martello.

Tuttavia, il cervello dentro la mia testa pensava ancora, pensava alla sua idea fissa; proprio quando ero nella mia camera, steso sul letto, con la morte vicina, con la morte che poteva essere una foto di mio padre morto che mi guardava e diceva: «Ti voglio sorprendere, non potrai sapere, mi stai vedendo ma ignori quando ti assesterò il colpo…».

In quel momento osservavo ancora più intensamente la foto di mio padre e dicevo: «Non andrà così, saprò il momento in cui mi tirerai il guanto e prima griderò: È ora! E non avrai altra scelta che dichiararti sconfitto».

E proprio in quel momento, in quel momento confuso tra realtà e fantasia, sentii alcuni passi che, a loro volta, facevano parte di quella stessa realtà e fantasia. Spostai lo sguardo dalla foto e inconsciamente lo posi sullo specchio dell’armadio che si trovava davanti al mio letto. Sullo specchio vidi riflesso il volto di un uomo giovane, solo il suo volto dato che il resto del corpo si sottraeva alla mia vista a causa di un paravento collocato tra i piedi del letto e lo specchio. Ma non gli diedi grande importanza, anche se il mio atteggiamento può apparire incomprensibile. Infatti, avevo un’altra età, ovvero la mia età effettiva, e l’inopinata presenza di un estraneo e del suo volto nella mia camera avrebbe dovuto provocare non solo sorpresa ma terrore. Ma alla mia età e nello stato di languidezza in cui mi trovavo, un estraneo e il suo volto erano soltanto parte di una situazione confusa tra realtà e fantasia che stavo subendo. Come dire, che il volto di quell’estraneo era uno dei tanti oggetti tra i molti che affollavano la mia camera, o un fantasma tra i tanti che affollavano la mia testa. Volsi lo sguardo sulla foto di mio padre e quando tornai a guardare lo specchio il volto dell’estraneo era scomparso. Guardai di nuovo la foto e mi sembrò di vedere il volto di mio padre imbronciato, ovvero, il volto di mio padre era il suo, ma al tempo stesso non lo era, come se si fosse truccato per interpretare un personaggio da tragedia. Ma andate un po’ a capire… In quel limbo tra realtà e fantasia tutto è possibile, e cosa ancora più importante, tutto accade e non accade. Allora chiusi gli occhi e cominciai a dire a voce alta: adesso, adesso…          Subito sentii un rumore di passi molto vicino alla spalliera del letto; aprii gli occhi ed era proprio lì, di fronte a me, l’estraneo, con tutto il suo corpo lungo quasi un chilometro. Pensai: «Bah, lo stesso dello specchio…», e guardai ancora la foto di mio padre. Ma qualcosa mi diceva che sarei tornato a osservare l’estraneo. Assecondai la mia voce interiore e lo guardai. In quel momento stava estraendo un coltello e inclinava lentamente il corpo mentre mi guardava fisso. Allora compresi che quell’estraneo era colui che veniva a salvarmi. Seppi con diversi secondi di anticipo il momento esatto della mia morte. Quando il coltello affondò nella mia giugulare, guardai il mio salvatore e, tra gli schizzi di sangue, gli dissi: «Grazie per essere venuto».

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