Baratti
di Gordiano Lupi

Macchia mediterranea e scogliere tracciano i confini del golfo, ferro di cavallo lacustre tra Populonia e Punta Stellino, dove un giorno scomparve un uomo che credevo immortale, perché dalle gradinate basse e strette dello Stadio Magona avevo visto indossare una maglia nerazzurra. Perla del Golfo e Demos ti accompagnano verso Canessa, non è più la baracca d’un tempo ma un ristorante di lusso, una famelica spiaggia privata vorrebbe inghiottire tutto; per fortuna è possibile, restano i confini tracciati dal Centro Velico e da uno chalet di legno che profuma di tropico. Pineta di bagnanti proletari che si portano pranzo e poltrone nei giorni di festa, approdo ignaro di turisti sopraffatti da tanto splendore. Baratti è la mia grande bellezza, talismano di sogni, scrigno di perduti amori, ricordo di gelati al pistacchio e ghiaccioli al limone, cocomero tagliato a fette, cocco bello in spiaggia, notturni estivi che non ritornano, tra baracche abusive e Fiat 127 parcheggiate nel prato, accanto a tende canadesi che nascondono coppie in amore. Adesso tutto è più raccolto, un parco limita il disordine selvaggio e le brame di chi, malato di profitto, vorrebbe spingere avide mani a saccheggiare bellezza. Ma noi restiamo al nostro paradiso, tra lecci e pini ritorti che assecondano la furia del maestrale, eucalipti alieni incomprensibili, fichi odorosi da raccogliere a settembre, vecchie piante cadute come soldati in ginocchio dopo cruente battaglie, cipressi in fila a delimitare parcheggi, olivi, sughero e canne da cogliere come fucili immaginari, tamerici salmastre ed arse, figlie del poeta. Baratti, lasciaci ai nostri temporali. Piombino ha i giorni tutti uguali.

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