Nino Genovese

Antonino Genovese, classe ’84, è anestesista, rianimatore e algologo. Ha all’attivo diverse pubblicazioni: Teste (Ed. Il Foglio 2004), Il Principe Marrone (Ed. Il Foglio 2008), Il Dottor Maus e il Settimo Piano (Ed. Smasher 2009), Il nonno è un pirata (Ed. Il Foglio 2017)

Abisso
di Antonino Genovese

Gli occhi di Clara fissarono quelli della sua interlocutrice. Una quarantenne dall’aria trasandata. I capelli sporchi e le occhiaie erano testimoni inconsapevoli dell’abisso in cui Rosaria era precipitata.

Clara fissò la boccia di vetro trasparente. Vide riflesso il proprio volto. Non era più tanto giovane. Le rughe attorno agli occhi erano segno che la giovinezza l’aveva abbandonata. Gli amuleti che portava intorno al collo le conferivano un aspetto austero.

Era una veggente.

Era nata veggente, così come la madre, e la madre di sua madre. Non era una ciarlatana. Il potere della sua mente era reale.

Rosaria la scrutò con aria incerta. Forse aveva sbagliato a rivolgersi a una manga. Era disperata. Non avrebbe mai ritrovato suo figlio. Mattia era scomparso da una settimana e ancora i rapitori non si erano fatti vivi.

Clara aveva guardato nella palla di vetro e lo aveva visto. 7 anni. Occhi nocciola del padre e riccioli biondi della madre. Stringeva in mano una figurina dei calciatori che raffigurava Buffon, il portiere della Juve e della Nazionale. Aveva sentito il freddo sulla pelle e un brivido le aveva percorso la schiena. La roulotte dove viveva e riceveva i clienti era scomparsa. Si trovava in campagna, in mezzo a un vigneto disseminato. Aveva assaggiato l’uva, ma non aveva sapore. Un sentiero conduceva a un buco nero come l’abisso più profondo. Il bambino era accartocciato su sé stesso con la figurina in mano. All’improvviso la solita fitta alla testa e tutto era scomparso. Era residuata la solita cefalea che sarebbe perdurata tutta la notte, nonostante gli antiinfiammatori che avrebbe assunto come caramelle.

-Dove si trova mio figlio?

Sempre la solita domanda. Non era la prima volta che le capitava e non sarebbe stata l’ultima. Altri bambini erano scomparsi nel nulla e lei li aveva visti sempre in quel luogo, ma mai era riuscito a trovarlo, perché quel luogo non esisteva.

Clara congedò malamente Rosaria e piombò in un sonno profondo.

 

Antonio Calabrò era il maresciallo dei carabinieri di San Giovanni in Fiore, una cittadina calabrese nel cuore della Sila, dove in inverno le temperature erano molto rigide e si raggiungevano anche meno dodici gradi la notte, mentre d’estate si dormiva con il lenzuolo. Da circa un anno era stato nominato comandante del nucleo operativo e tutte le speranza di trasferimento erano andate in fumo. Lo avevano mandato in quel posto dimenticato da Dio. Un piccolo sacrificio, ma la trasferiremo presto nella sede a lei meglio congeniale. Le parole del Capitano gli rimbombavano ancora in testa. Lo avevano preso per il culo. Da quella promessa erano passati due anni. La moglie, restia a trasferirsi a mille metri d’altitudine e con un bel lavoro a Reggio Calabria, non lo aveva seguito. I Figli, ormai adolescenti, coadiuvavano la decisione della madre. Del resto, come dargli torto. E così era rimasto solo. Con la moglie non erano separati, ma la distanza li allontanava ogni giorno sempre di più. A San Giovanni in Fiore, dopotutto, non si stava male, la città era piccola, ma accogliente e la vita non era cara, ma Antonio odiava la montagna e il freddo. Senza il mare si sentiva chiuso, circondato da monti, neve e piantagioni delle famose patate silane dal sapore dolciastro.

Le sparizioni dei bambini erano ormai sulla bocca di tutti, perfino sui telegiornali nazionali

Un’altra rogna lo allontanava ancora di più dalla sua casa.

La roulotte di Clara era parcheggiata in un angolo appartato del grande spiazzo fuori città, dove ogni due mercoledì, condizioni climatiche permettendo, si teneva il mercato cittadino.

Bussò piano alla porta d’ingresso.

Clara aprì dopo quasi cinque minuti. L’aria assonnata di chi non ha dormito.

-Sei tu? – chiese.

Antonio non le fece nemmeno finire la domanda, la spinse dentro la roulotte e la baciò. Non le diede il tempo di ribattere. Le strappò i vestiti di dosso e fecero l’amore con rabbia, quasi con violenza. Clara non si oppose e assecondò il maresciallo. Scopare in quella roulotte che puzzava di chiuso li faceva sentire sporchi. Clara si sentiva una puttana e Antonio metteva in pratica le fantasie di una vita senza porsi domande.

Antonio aveva arrestato Clara, a seguito di una denuncia per truffa e furto, ma le prove di questi reati non erano mai state realmente trovate. La donna era stata assolta per insussistenza di prove, ma tra i due era sbocciato un’attrazione carnale morbosa, tanto che nessuno dei due poteva più fare a meno dell’altro.

Al termine dell’amplesso si ritrovarono nudi, sdraiati su un materasso ai limiti della decenza. Antonio accese una Phillipe Morris. Clara, infastidita dal fumo, si alzò e aprì la finestra. Nonostate il tempo e la vita avessero lasciato sul suo corpo segni indelebili, aveva un corpo asciutto e tonico, che odorava di incenso ed erbe che nemmeno Antonio sapeva distinguere.

-Hai visto la mamma del bambino?

Clara annuì.

-Lo hai visto?

Annuì di nuovo.

-Hai indentificato il luogo?

-E’ sempre lo stesso. Non mi do pace.

-Abbiamo setacciato tutte le vigne della zona e non abbiamo trovato niente.

Finita la sigaretta. Antonio tossì vigorosamente, ma incurante degli effetti del fumo ne accese un’altra. La sensazione di pace dell’amplesso aveva lasciato spazio alla frustrazione per il nuovo caso di rapimento.

-Non è in questo mondo. Non lo troveremo mai.

-Io non credo a queste cazzate!

-E allora perchè non lo trovi?

-Chissà che fine fanno…

-C’è solo un modo per scoprirlo.

-Quale?

-Dobbiamo parlare con Fra Gioacchino.

-Quello che ha fama di essere un esorcista? Un espero dell’occulto?

Antonio in cuor suo non ci credeva, ma era disperato e aveva fiducia in Clara. Se questo tentativo poteva dare una speranza, andava fatto.

-Può darci una mano e indirizzarci su come accedere a quel buco nero.

-Pensi sia un demone?

Clara annuì.

-Io non ci credo, ma mi voglio fidare di te.

Clara si rivestì, lo baciò sulle labbra e uscì.

 

Fra Gioacchino aveva quasi ottantacinque anni. Era magro. Il corpo devastato da ciò che aveva visto e affrontato nella vita. Era uno degli ultimi frati dell’ordine monastico creato oltre mille anni fa da Fra Gioacchino da Fiore, l’abbate che aveva dato vita alla nuova abbazia Florense nel 1100. Aveva deciso di cambiare nome in fra Gioacchino, in memoria del suo antenato. Stava seduto in penombra su un giaciglio lercio. Nella mano destra reggeva un libro dal titolo in latino. Nella sinistra mancavano tre dita. Da mesi ormai sentiva di non avere più la forza di combattere il maligno, che si manifestava sotto forma di demoni dai mille aspetti. Era vecchio e stanco. Eppure una strana paura gli cresceva dentro e non riusciva a dominarla.

-Come mai mi volevate vedere con così tanta urgenza? – chiese.

– Frate, abbiamo bisogno del suo aiuto.

Gioacchino fece segno con la mano, invitando Antonio a continuare.

– Pare che i bambini siano stati rapiti da un demone o da satana in persona.

Il frate non rispose.

Clara prese la parola e spiegò ogni cosa.

Gioacchino si alzò in piedi e la stanza parve illumarsi.

– Conosco questo demone.

Si trattava di Amon, che ha testa di civetta, parte anteriore del corpo con due zampe di lupo, e parte posteriore che termina con una coda di serpente. È un principe alla guida di quaranta legioni di demoni, rapisce i bambini e li porta in un mondo che non è umano. La sua forza deriva dal loro sangue. Amon esisteva davvero e molti esorcisti avevano perso la vita per mano sua nel tentativo di sconfiggerlo. Il frate sentì il potere della donna e la invitò a cercare ancora quel luogo nella sua mente.

Stava a Clara capire come raggiungere Mattia, prima che fosse troppo tardi.

 

Il buco era profondo e stretto. Le pareti troppo ripide per arrampicarsi.

Il buio troppo fitto per poter capire dove fosse. La luce della luna non riusciva a penetrare in quell’abisso nel terreno.

Mattia sentiva freddo.

Forse aveva la febbre. La fronte era calda e le mani gelate. La mamma Rosaria avrebbe preparato un bel the caldo dove avrebbe inzuppato le ciambelline di pastafrolla e in poco sarebbe rinvigorito.

Un brivido gli attraversò il corpo, fino ai capelli.

Per un attimo ebbe l’impressione che un serpente strisciasse vicino a lui. Sussultò.

Si rannicchiò sotto la sudicia coperta di pile. Puzzava di terra, umido e paura. Estrasse dalla tasca la figurina di Buffon. Il suo idolo non avrebbe avuto paura e se un serpente si fosse avvicinato lo avrebbe schiacciato con un balzo.

-Mamma – sussurrò, – dove sei?

Represse le lacrime, ma una scappò dall’occhio di destra contro il suo volere e solcò il suo viso candido, rigando le sue gote rosse.

 

Clara volle restare sola.

Si sedette e diede forza a tutta la sua concentrazione.

La palla di vetro era dinanzi a lei, opaca e priva di espressione. Era il suo potere e la sua condanna.

Pensò alla propria vita, su tutte le cazzate che aveva fatto, gli amori sbagliati e  le ribellioni, la giovinezza sprecata inseguendo un amore che non aveva trovato. Cancellò dal suo cuore ogni forma di paura e ogni resistenza terrena e vide: terra brulla, pietre antiche e rovine. Non ebbe alcun dubbio. L’ingresso dell’abisso era a pochi chilometri dalla città, dove da millenni resistevano al tempo i resti della vecchia abbazia.

Antonio la raggiunse in poco meno di mezz’ora, con lui c’era fra Girolamo, che teneva stretto in mano una boccetta con l’acqua santa mentre dal collo pendeva un antico pezzo di legno.

I resti del protocenobio di Jure Vetere erano a pochi chilometri dal centro cittadino. Fra Gioacchino mostrò un’abilità che stupì Antonio. Salì con un balzo sulle sacre pietre e prese per mano i suoi compagni.

-Quello che vedrete adesso, potrebbe essere l’ultima cosa della vostra vita – disse il frate.

-Devo liberare quel bambino – disse il maresciallo.

-Non ho rimpianti in questa vita – disse la cartomante.

Si strinsero in una preghiera. Antonio ripeté frasi in latino che neppure capiva, ma sentiva il suo cuore pulsare nelle orecchie. Fosse stata l’ultima sua indagine, Mattia sarebbe tornato dalla sua mamma. Clara lasciò libera la mente, chiuse gli occhi e si abbandonò al potere della mente del frate.

Quando Clara aprì gli occhi le antiche pietre non c’erano più, al loro posto un meraviglioso vigneto immerso nel silenzio della notte. La luna illuminava un sentiero acciottolato. Assaggiò l’uva. Non aveva sapore.

Il frate si incamminò e lo seguirono. La strada portava a una piccola radura e al centro di esso c’era una buca profonda almeno dieci metri.

Antonio si avvicinò al ciglio dell’abisso.

-Mattia?

Gli occhi del carabiniere percepirono un movimento di ombre.

-Mattia? – ripeté.

Trascorsero pochi secondi, ma sembrarono minuti interminabili. Una vocina spaventata sussurrò: – Mamma…

-Mattia. Siamo venuti a liberarti. Non aver paura. Scendo a prenderti.

Antonio aveva pensato a tutto. Prese dal suo zaino una corda robusta e la fissò a un masso possente, la passò intorno alla sua vita e cominciò la discesa.

-Stai attento, troverai di certo qualche sorpresa – disse il frate.

Scese velocemente, facendo scorrere la corda tra le mani. Ad ogni metro sentiva il respiro del bambino farsi più vicino e un sibilo di serpente entrargli prepotentemente nella testa.

-Mi porti dalla mamma?

-Certo, piccolo.

Il bambino era spaventato e sporco, ma in buona salute.

Non incontrò ostacoli. Agganciò anche Mattia alla corda e iniziò la risalita.

Appena il bambino fu consegnato a Clara e iniziarono la via del ritorno il demone comparve in tutta la sua diabolica potenza.

Amon aveva la testa di civetta, zampe anteriori di lupo e parte posteriore del corpo di serpente.

Antonio tirò fuori la Beretta di ordinanza e fece fuoco.

Il demone derise il militare.

-E’ stato bello illudervi di poter fuggire.

La voce era gutturale, profonda. Aleggiava nell’aria senza che si potesse indicare la provenienza.

Il frate fece un passo avanti.

-Mostro, lasciaci passare e torna dal tuo padrone! All’inferno!

Iniziò a pregare. Frasi latine incomprensibili alternate a preghiere cristiane.

Lanciò l’acqua benedetta contro il corpo del demone, che emise un terrificante grido di dolore, prima di avventarsi contro il frate, per divorarlo.

Fra Girolamo colpì Amon con il pezzo di legno che teneva al collo. Era un resto della croce di Cristo, una delle reliquie di maggiore foza. Il demone si contorse a terra, prima di gettarsi su Antonio e azzannarlo al collo. Il suo ultimo pensiero fu rivolto ai figli adolescenti che non avrebbe visto crescere, ai nipoti che non avrebbe mai conosciuto e all’odore della moglie che non avrebbe più sentito su di sé. Pensò a Clara, all’attrazione carnale clandestina che avevano vissuto. Alle notti di sesso per scacciare la paura della solitudine. Stava morendo senza aver goduto appieno dell’amore e della vita, che ormai lo abbandonava.

Il frate si avvicinò al demone e lo colpì ancora con il legno sacro, conficcandoglielo nella coda di serpente. Mentre si contorceva tra le urla, Amon rispose al colpo, e con una zampata colpì l’esorcista, che stramazzò al suolo, urtando contro un masso, esalando l’ultimo respiro di una vita dedicata a combattere contro il maligno.

Clara e Mattia osservarono Amon contorcersi e scomparire pian piano, strisciando nell’oscurità. Il frate aveva compiuto la sua ultima missione.

Si diressero verso l’ingresso di quell’abisso infernale e tornarono a casa.

 

La sparizione del maresciallo fu su tutti i giornali nazionali. Le ipotesi sulla sua morte furono le più svariate. In tv facevano a gara per inventare la storia più originale.

Di frate Girolamo non si seppe più nulla e mai nessuno ne parlò in paese.

Dopo un paio di mesi Clara si recò a casa di Rosaria e Mattia. Voleva riabbracciare quel bambino per cui due persone avevano perso la vita.

Rosaria la ringraziò. Aveva salvato il suo bambino e tutto il denaro del mondo non avrebbe potuto ripagarla. Clara sorrise. La cosa importante era che il demone era stato sconfitto per sempre.

Il bambino stava bene. Giocava felice con le figurine. Era raggiante. Un’ombra lontana di quel fagottino impaurito in fondo a un buco nel terreno. Rischiare la propria vita era valsa la pena.

Si avvicinò e lo abbracciò.

Fu allora che un brivido le percorse la schiena e un sibilo le sconquassò le orecchie.

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