Se io avessi previsto tutto questo…
di Gordiano Lupi

 

Certo è solo col pensiero che si possiedono le cose; non si possiede un quadro perché lo si tiene in sala da pranzo, se non si è in grado di capirlo, né un paese perché vi si risiede senza nemmeno guardarlo. E io la mia città cerco di capirla, voglio possederla fino in fondo, conservando ricordi, sfogliando tramonti, percorrendo le suggestioni del rimpianto, amplificatori del desiderio. Persino il ricordo del dolore porta ebbrezza, modifica la realtà, se vivi con i ricordi, se la realtà reca sopite passioni e perduti entusiasmi. Una vecchia canzone dissemina le sue note nella stanza, squarcia il silenzio, ti porta a vagare per strade lontane, ai tempi in cui ti svegliavi in compagnia di Radio Piombino Centrale e andavi a scuola. Una radio sveglia quadrata, color rosso mattone, diffondeva un colonna sonora identica a se stessa, ogni mattina, alle sette e trenta. E tu che ti alzavi, con gli occhi pieni di sonno, facevi scorrere l’acqua fredda del risveglio, ché lo scaldabagno si accendeva di sera, mica avevamo soldi da buttare. Giorgio Gaber cantava Shampo, ed era in tema, ne avresti avuto proprio bisogno, Shel Shapiro ti ricordava che la ragazzina del primo banco aveva una strana espressione nei suoi occhi, Julio Iglesias abbandonava la valigia sul letto, quella d’un lungo viaggio, Claudio Baglioni rincorreva una maglietta fina che faceva intravedere tutto, mentre Roberto Vecchioni piangeva lacrime d’amore perduto, sarebbe voluto scappare lontano, mentre suo padre si giocava il cielo a dadi. Una vecchia seicento – pure se era una 126 – un giorno l’avrei posseduta anch’io, con identici ricordi, certo le mie luci non si sarebbero spente a San Siro, al massimo al Magona. Era in ogni caso presto, dovevo accontentarmi del vecchio Morini rosso fuoco di mio padre, ricordo degli anni Cinquanta. Lascia l’ultimo ballo per me, cantavano i Rokes, mentre mi destavo al tuo ricordo, immerso nel sogno d’una festa di compleanno perduta, avrò avuto dodici anni, pensavo che saresti stata l’amore della mia vita, solo per aver fatto ruotare insieme una bottiglia di vetro e aver danzato un valzer lento, neppure troppo stretti, tra viale Michelangelo e una magica pineta, vecchio regno d’un nonno cantastorie che dispensava sogni e illusioni. Restava l’ultima canzone, un istante prima di andare a scuola – a piedi, adesso sembra impossibile, negli anni Settanta andavamo a scuola a piedi – e quella forse è la sola che si è conservata, invecchiando bene, più moderna di altre, sinfonia d’una vita in lotta con se stessa. Se io avessi previsto tutto questo/ dati cause e pretesto/ le attuali conclusioni… Forse avrei fatto lo stesso, credo, proprio come conclude la canzone.

Si può fuggire da tutto ma mica da noi stessi…

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