LUNGO IL FIUME (Taccuino)
di Marco Amore

 

Brani scelti di un’istallazione site-specific esposta presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, sezioni Americana e Venezuelana, di Palazzo Reale, Napoli, dal 21 aprile al 31 luglio 2017.

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Dal di fuori non si vedono le crepe, le sbrecciature a zigzag, le fessurazioni intime e incorporee. Non si vedono le giornate di lavoro, la solitudine forzata, le pagine accumulate nel gettacarte metallico di una striminzita camera d’albergo. Non si sente la stanchezza mentale e il timore di non riuscire a evadere l’ennesima scadenza inderogabile. Non ci si sente fraintesi quando si viene fraintesi, praticamente sempre e comunque. Né ci si sente emarginati quando si sta in compagnia e ci si sforza di essere normali. Non ci si sente frustrati quando, dopo anni di duro lavoro, non si viene nemmeno pagati. Quando la persona che ami magari vorrebbe un gelato che tu non hai soldi per comprare. Quando i parenti ti ignorano nel momento del bisogno per poi vantarsi a tua insaputa. Quando gli estranei ti applaudono ma l’unica persona che conta non è fra la folla che hai davanti. Non si prova il disagio di venire allo scoperto ed essere bellamente ignorati da chiunque. Anche e soprattutto da chi dice di amarti senza porre alcuna condizione. La sensazione di deluderli, la certezza di essere una costante delusione e che quella delusione sia tu. Non ciò che fai, ma chi sei. Le tue insicurezze, la tue brutture che sporcano la carta d’inchiostro… che sembrano il marchio di Caino. Allora quale successo potrà compensare l’amarezza. Che cosa vuoi che ti importi arrivare a scrivere un best-seller, ammesso che accada, prima o poi, se sai che ciò che ne ricavi è l’affetto vacuo e interessato di chi ti ha voltato le spalle fino ad oggi. Quanto conta salire in cattedra ai raduni a parlare di Carver o di Keats, se quando scendi sei tu solo contro il mondo, come un supplizio di Tantalo autoimposto.

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La canzone scaturì dai diffusori audio mentre mi affacciavo alla finestra per godermi lo skyline della metropoli. Erano le tre di un pomeriggio d’autunno. L’orizzonte merlato di comignoli, terminali antivento e pali trifase per AT, svaniva in coltri di bruma dense come latte cagliato o in assembramenti di nuvole globose, rievocando una tristezza indefinibile. Il ritornello diceva: <<Down by the river | I shot my baby (Giù al fiume | Ho sparato alla mia piccola).>> Continua a ronzarmi nel cervello.

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Ho indossato i panni dell’eroe, del teppista spavaldo e sfrontato, del ragazzino debole e indifeso, dell’enfant prodige e dell’idiota. Sono stato amato e rispettato, odiato e vilipeso, invidiato e ammirato a seconda del ruolo che svolgevo, perché scrivere implica un mutamento perenne, e solo chi cerca perennemente se stesso riesce a scrivere col cuore. Gli scrittori sono come ventriloqui esperti, sanno far parlare i sogni senza muovere la bocca, dando un’illusione di realtà. Per far questo bisogna essere innanzitutto bravi trasformisti e sapersi fare da parte, affinché si avveri la magia lasciando spazio al personaggio che vive attraverso di noi.

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 L’uomo che interpretava Gesù era in groppa a un asino a capo della processione. Aveva un costume d’epoca e la barba, una barba folta e appuntita, che grattava a intervalli regolari. Il prete lo fece sostare al centro della piazza aspettando che i fedeli li accerchiassero per leggere un passo dal Vangelo. Disse che la scelta dell’asino non era casuale. Che siccome i re solevano cavalcare stalloni bardati, Gesù aveva lanciato un messaggio d’umiltà. Disse che all’ingresso del Messia a Gerusalemme la folla che lo acclamava aveva steso i propri mantelli nella polvere, creando una specie di red carpet, il che equivaleva a prostrarsi ai suoi piedi; che quella stessa folla aveva condannato a morte Gesù poco dopo, gridando <<crocifiggilo>> invece che <<osanna al figlio di Davide>>, perché la moltitudine è volubile e facilmente manipolabile, in quanto non ha alcuna identità. Sarei dovuto intervenire al riguardo, ribattendo che la folla ha, eccome, un’identità, paragonabile per giunta a quella del peggiore degli uomini, perché il denominatore comune sono gli istinti più vili, condivisi da tutte le persone. Ma appena il prete ebbe terminato l’omelia, ci scambiammo le palme e ce ne andammo. Per tre quarti era solo un giorno come un altro, per un quarto era domenica.

 

 

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