Il talismano (1974)
di VIRGILIO PIÑERA
taduzione di Gordiano Lupi

 

Nessuno seppe mai come fosse il talismano. Un pezzo di pelle che ricordava la famosissima Peau de Chagrin di Balzac? Una bottiglia dalla quale usciva il solito genio? Una lampada come quella di Aladino? Improvvisamente, prese corpo la storia che in diversi punti della Terra era comparsa una cosa – così la definiva la gente, in mancanza di una spiegazione migliore – alla quale bastava chiedere per vedere subito soddisfatta la richiesta. “Una cosa di che tipo?” – chiedevano tutti -. E tutti rispondevano: “Ma una cosa così…” – e con le mani facevano delle figure in aria che non significavano niente.

L’essenziale è che la cosa esisteva, se non nella realtà vera e propria, almeno nella mente delle persone. Tutto consisteva nell’andare a prenderla, per la semplice ragione che la cosa non andava dalle persone, ma queste ultime dovevano andare da lei.

Va da sé che era tutto di una vaghezza sconcertante, al punto che si sarebbe potuto dire che il fumo – la sostanza più volatile che ci sia – era più consistente della cosa. Ma, proprio tale vaghezza e inconsistenza furono il motore capace di mettere in movimento l’intera umanità. Se fossero stati forniti dettagli, punti di riferimento, localizzazioni, gradi, minuti e secondi di un meridiano terrestre, le persone non sarebbero cadute nell’isteria collettiva di credere ciecamente nel talismano.

In ogni nazione del pianeta aveva fatto la sua comparsa quella cosa, che veniva immediatamente individuata in svariati luoghi. Se veniva annunciato che si trovava, per esempio, nella località X di una determinata nazione, in molti correvano a cercarla, usando i più disparati mezzi di trasporto, eccetto, chiaro, gli abitanti di tale località, che, d’altra parte, non trovandola, e utilizzando a loro volta i più disparati mezzi di trasporto, si spostavano senza pensarci troppo in un’altra località, che era già stata annunciata come il luogo dove si trovava la cosa.

A M, regione appartenente alla provincia di P, nella nazione Z, la ricerca e – così credevano tutti – il successivo conseguimento della cosa aveva toccato incredibili eccessi. Per fare solo un esempio, diciamo che i numerosi componenti della famiglia di C e D avevano venduto quel che possedevano per pagare il carburante del veicolo che li avrebbe portati, dalla lontana provincia di P, dove vivevano, alla fortunata provincia di H, dove aveva fatto la sua comparsa la cosa. In modo tale che, quando stavano per partire, erano poco più che nudi, ma sfoggiavano un’espressione nei loro volti che rifletteva un’indicibile felicità. E alcuni affermano che i componenti di tale famiglia finirono per morire di fame lungo il percorso.

A loro modo, tutti erano, se non proprio felici e – soprattutto – potenti, almeno dotati di un’incoraggiante speranza di felicità e di potere. Speranza che, d’altra parte, non avrebbero perso, perché anche se non avessero mai trovato la cosa, l’avrebbero comunque continuata a cercare fino alla fine dei loro giorni nella certezza di incontrarla.

Nella località di P vivevano due fratelli sposati con due sorelle. Persone così ricche da possedere due castelli, sette fattorie e un conto corrente bancario milionario. Non erano proprio giovani, ma si trovavano in quella fase della vita nella quale ancora si possono fare follie e capriole, sia fisiche che mentali. Ma certe virtù o difetti – chiamatele come volete – non erano niente se paragonate a quello che potrebbe essere definito il marchio di fabbrica di quei due matrimoni.

Atei, liberi pensatori, scettici implacabili, il solo sentir parlare di miracoli, li faceva montare in collera. “I miracoli non esistono”, diceva il fratello maggiore. “Dio è una leggenda per assopire gli sciocchi”, diceva il fratello minore. E le rispettive donne gridavano in coro, come indemoniate: “Denaro! Denaro!”.

E solo il denaro li aveva potuti unire al giogo di chi andava alla ricerca del talismano. Il fratello maggiore aveva riunito la famiglia per dire: “Se il talismano concede tutto, andiamo a cercarlo. Se è soltanto un inganno, non perderemo niente. Continueremo a essere ricchi e potenti come adesso; se esiste, saremo i padroni del mondo; cioè, altri due tra le migliaia di padroni che avrà il mondo. A questo ho pensato a lungo. Che ruolo avremo tra i milioni di persone che possiederanno il talismano?”.

Ma queste profonde meditazioni del fratello maggiore, visto che erano così profonde, avevano richiesto parecchi giorni di pensieri, così che, una volta presa la decisione, si resero conto con sgomento che il semplice fatto di spostarsi verso la località H era ormai praticamente impossibile. Non potevano contare sulle loro automobili, perché le avevano vendute a prezzi favolosi; in tutta la città non erano riusciti a trovare un’auto che li trasportasse verso tale località. Identica cosa era accaduta con le moto, le biciclette e con il trasporto animale. La navigazione aerea e marittima, risultava prenotata per più di due anni; il fratello maggiore pensava, con buona parte di ragione, che in quel lasso di tempo il talismano sarebbe potuto scomparire come per incanto.

Quando ormai disperavano di poter trovare un mezzo di trasporto, il fratello minore arrivò agitatissimo al castello, gridando che Pancho era disposto a portarli con la sua auto. Il fratello maggiore, scoppiò in una fragorosa risata e disse: “Con l’auto di Pancho? Ma se è un modello di quarant’anni fa e soprattutto sta cadendo a pezzi!”.

Nonostante tutto, andò a trovare Pancho, che gli disse:

– Anche se la mia auto è un modello degli anni Quaranta, funziona bene. Inoltre le gomme, anche se non sono nuove di zecca, risultano in buono stato. Ora, pongo una sola condizione per intraprendere il viaggio: questa auto non può percorrere più di trenta chilometri al giorno. Se le imponiamo una velocità maggiore, rischiamo la vita; vale a dire, se da trenta chilometri passiamo a quaranta, il veicolo comincia a traballare; se passiamo dai quaranta ai cinquanta, rischiamo di rovesciarci, e se aumentiamo la velocità fino ad arrivare a cento, finiamo per ammazzarci tutti.

– Ma a una velocità di trenta chilometri al giorno non arriveremo mai – disse il fratello maggiore.

– Mi spiace – rispose con freddezza Pancho -. Accettate o meno le mie condizioni?

Dopo profonde meditazioni, il fratello maggiore disse:

– Le accettiamo. Quando partiamo?

– Domani alle cinque del mattino.

All’ora stabilita, Pancho si fece trovare con il suo catorcio davanti alla porta del castello. Al momento di salire sull’auto, il fratello maggiore, dopo aver fatto un rapido calcolo mentale, esclamò:

– Milleduecento chilometri fino a H! Al ritmo di trenta chilometri al giorno, significa che staremo quaranta giorni a bordo di questo catorcio.

– Sarebbe peggio non arrivare mai – rispose filosoficamente Pancho.

E, senza dire altro, avviò il motore.

Cominciava il viaggio.

 

II

 

Non avevano ancora abbandonato del tutto la periferia della città – dopo quattro giorni di lenta marcia -, che il fratello maggiore, seduto accanto a Pancho, gli fece una domanda, e dal modo in cui chiedeva si capiva che non vedeva l’ora di fargliela:

– Mi dica, Pancho: perché fino a oggi non ha mai noleggiato la sua auto?

– Ho dovuto aspettare il mio turno – rispose Pancho.

– Il suo turno? Non comprendo…

– Certo, signore. Il mio era l’ultimo dei catorci. Due giorni fa noleggiarono quello di Pedro, che fa sessanta chilometri al giorno. Ma sono molto contento – e fece una gran risata -. Adesso guadagnerò centomila dollari.

– Centomila dollari? – disse l’altro, spalancando gli occhi – E da chi li otterrà?

– Da lei. Lei mi pagherà quella cifra.

– Si fermi. Noi scendiamo qui – disse, furibondo, il fratello maggiore -. Non permetterò che mi rubino il denaro.

– Come vuole lei -. E si fermò.

Ma non scesero. Dopo una lunga conversazione a bassa voce tra i due fratelli, il maggiore ordinò:

– Prosegua.

E il viaggio continuò.

Una volta imboccata la strada nazionale si resero conto, spaventati e addolorati, che venivano sorpassati a grande velocità da centinaia di auto. Alcune, affermava il fratello maggiore, viaggiavano a centosessanta chilometri orari. Inoltre, per colmo di monotonia, vedevano le sempiterne vacche e i cavalli fiancheggiare la strada, le casette e i fiumiciattoli. Caldo e polvere, fumo e mosche. Ma andavano decisi alla ricerca del talismano. Quando il catorcio aveva percorso i suoi trenta chilometri quotidiani, Pancho lo fermava, e non c’era forza umana che potesse muoverlo dal suo posto.

Passavano i giorni, e dopo un mese di questo supplizio, i fratelli concepirono un piano diabolico: offrire un milione di dollari a Pancho, se avesse fatto viaggiare più velocemente l’automobile. Non pretendevano nessuna velocità supersonica; solo di viaggiare cinque ore al giorno alla velocità di trenta chilometri orari. In quel modo, quei dieci giorni letali che ancora mancavano si sarebbero ridotti a due o tre. Pancho ci pensò molto e finì per accettare.

I quattro passeggeri si rianimarono, al punto che dentro l’auto si cominciarono a sentire persino alcune battute.

Ma durante una fermata che fecero in un motel si resero conto con sgomento che il talismano avrebbe fatto la sua ultima apparizione il giorno successivo. Dopo un concitato scambio di pareri tra i due fratelli, chiamarono Pancho e gli esposero la situazione:

– E che posso fare? – chiese.

– Correre -. Dissero in coro entrambi i fratelli.

– Correre fino ad ammazzarci?

– Non così tanto -, osservarono a quel punto i fratelli -. Correre più che possiamo.

– Vi ho già detto che correre significa la morte. Con la mia auto, passati gli ottanta chilometri, è certo che capotteremo, passati i cento, la morte è sicura.

– E se le offriamo dieci milioni? – disse il fratello maggiore.

– Accettato -, rispose inaspettatamente Pancho.

E il catorcio riprese la marcia. In primo luogo viaggiò ai suoi consueti trenta chilometri. Il fratello maggiore stava già per protestare, quando si sentì piacevolmente sorpreso: per la prima volta in tutto il viaggio, le natiche gli ballarono sul sedile. Guardò sua moglie, sua cognata e suo fratello: avvertì nei loro volti un’espressione beata, certamente prodotta dal movimento delle loro natiche.

– A che velocità andiamo adesso? – chiese il fratello minore.

– Soltanto a sessanta all’ora.

– Acceleri amico, acceleri. Non rischia chi non attraversa il mare…

Allora Pancho portò l’auto sopra gli ottanta chilometri. E lì cominciò il girone infernale. Subito, il veicolo ondeggiò come la gobba di un cammello in piena corsa. Il fratello maggiore fu lanciato, o, per meglio dire, catapultato contro sua cognata, e le dette con la sua testa un tremendo colpo in bocca che le fece saltare tutti i denti. A sua volta, la moglie del fratello maggiore, per effetto dello scontro tra marito e sorella, si vide lanciare dalla parte posteriore alla parte anteriore dell’auto, ma essendo catapultata per le gambe, queste sfondarono il parabrezza, e la metà di quelle, versando fiumi di sangue, restò attaccata come le zampette di quei conigli di peluche che di solito portano gli autisti nei loro veicoli per evitare incidenti.

Alla vista del sangue, il fratello minore, selvaggiamente eccitato, gridò all’autista:

– Pancho, vada a cento!

– Cento significa morte, signore.

– Le do cinquanta milioni.

– Vada a cento! I cinquanta milioni sono sicuri – disse il fratello maggiore, che si era appena rimesso in sesto dopo l’inatteso cambio di posto -. Non mi spiego proprio – aggiunse, come riprendendo un pensiero che forse rimuginava quando si era verificato lo scontro con il cognato – perché lei, Pancho, non è stato tra i primi ad andare a cercare il talismano. Non voglio offenderla, ma sia lei che la sua auto palesate una situazione economica per niente florida.

– Ha colto nel segno, signore. Io la definirei una situazione economica ai limiti della miseria. Proprio per questo motivo quando venne fuori il fatto del talismano mi dissi: “Non parteciperò a questa cosa!”.

– Adesso sta partecipando. Non me lo spiego. Inoltre, attendeva il suo turno, come lei ha detto.

– Ho voluto dire che io da solo, con mia moglie e i miei figli, non avrei rischiato a bordo di questa caffettiera per un talismano che può darsi sia soltanto una leggenda. Ma con il denaro è un’altra musica. Per questo le ho detto che attendevo il mio turno. E tra tutti gli autisti affamati, sono il più favorito. Ho un capitale di sessanta milioni – fece una pausa e aggiunse: – Vado a cento?

– A cento! – esclamarono i quattro passeggeri.

Pancho pigiò l’acceleratore. Per un istante, soltanto uno, il catorcio procedette per alcuni metri con la stessa eleganza e leggerezza di un’auto ultimo modello. Passato questo istante, e anche senza perdere la velocità, Pancho non solo non mollò l’acceleratore, ma sembrò pigiarlo ancora di più con slancio infernale; la caffettiera della morte si lanciò lungo un pendio compiendo terribili volteggi, restando su due ruote, cadendo con rumore di ferraglia, sollevandosi di nuovo, per cadere, precisamente, sulle altre due ruote. I passeggeri, da parte loro, si accalcavano gli uni contro gli altri, e avevano già cambiato posto diverse volte. Per via di un tremendo colpo subito dal catorcio, le gambe della cognata del fratello maggiore furono amputate dal parabrezza. Lei, compiendo un supremo sforzo, tese le braccia perché non rotolassero lungo il percorso, ma anche le sue braccia, amputate dal parabrezza, andarono a raggiungere le povere gambe sull’asfalto della strada.

All’improvviso, l’auto lanciò come un grido di dolore, come se un mostro avesse trapassato le sue viscere con una spada di fuoco, e, sollevandosi per l’ultima volta in un vortice di fiamme e di fumo, precipitò in un baratro.

Nel fondo di quel baratro, li attendeva, fedele alla sua promessa, il talismano.

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