Nino Genovese

Antonino Genovese, classe ’84, è anestesista, rianimatore e algologo. Ha all’attivo diverse pubblicazioni: Teste (Ed. Il Foglio 2004), Il Principe Marrone (Ed. Il Foglio 2008), Il Dottor Maus e il Settimo Piano (Ed. Smasher 2009), Il nonno è un pirata (Ed. Il Foglio 2017)

Confidenti in un istante
di Giulia Campinoti
Illustrazione di Giulia Campinoti

Sudore. Battito cardiaco all’impazzata. Fermo. Perle di sale trasudate dall’epidermide scivolano al suolo. La corsa al parco di Roberto si conclude così, con un trionfo di ritmici ansimi. Prima di rincasare, una panchina ammaliante lo invita a sedersi. E… come rifiutare?
Mentre alza il capo all’insù, la bevanda energetica scorre giù liberamente in avidi sorsi e, rapito in contemplazione, rischia di soffocarsi da solo! Ma che vuoi farci… È il richiamo dell’autunno! I colori caldi macchiettano qua e là le foglie spente e fragili. La natura si sta assopendo… È affascinante ma al contempo triste, quando sta per trasformarsi in cenere nell’attesa di tornare a sbocciare.
Roberto si scrolla dal suo dialogo interno. Le assi della panchina oscillano inaspetta-tamente; un uomo anziano si accomoda all’estremità opposta. Il ragazzo, perplesso, lo rimira confuso. Scruta attorno a sé, notando numerose panchine vuote.
“Con tutti i posti liberi che ci sono, come mai si sarà seduto proprio qua?”
L’anziano, col cappello calato sugli occhi e la schiena ricurva, rovista nella borsa del-la spesa e ne tira fuori un melograno.
Fa per addentare il frutto, quando una mano poggiatasi sul suo braccio lo blocca.
«Non lo faccia! Altrimenti, si autocondannerà all’Inferno…!» gli dice il giovane, sor-ridendo.
L’anziano si volta lentamente, e così mostra pian piano i suoi occhi.
«A che serve che io mi fermi? Tanto, ormai, mi sono guadagnato la pena da tempo con queste mani…»
Roberto trasalì. Non furono le mani tremanti che l’uomo gli mostrò a metterlo al tap-peto, ma quello sguardo che mano a mano faceva capolino dalla tesa del cappello. Occhi intrisi di rimorso, dai quali il più sincero rimpianto sgorgava dopo aver rotto gli argini.
«Forse le cose non stanno esattamente come Lei crede…» rispose il giovane, tentando di confortarlo come poteva.
L’anziano lo fissò intensamente.
«Tu lo perdoneresti mai un padre che, per una vita intera, ha cercato di importi di perseguire i suoi sogni irrealizzati e che poi, quando ti sei ribellato, per uno stupido orgoglio ferito è sparito per anni?»
Roberto riflette un attimo e poi annuisce convinto.
«Certo che sì! Se fossi quel figlio, sarei immensamente felice!»
L’anziano sorride debolmente, e poi si volta a perdersi nel turbinio del vento.
«E perché? Quel padre non avrà mai il potere di catturare quel tempo trascorso per restituirlo a quel figlio…»
«No, nessuno potrebbe! Però il figlio potrebbe apprezzare che l’amore abbia infine sconfitto l’orgoglio!»
L’anziano si asciuga le lacrime.
«E se invece mi odiasse? È troppo tardi…»
Roberto si alza in piedi e, frugando nelle tasche della tuta da ginnastica, trova un faz-zoletto e lo tende all’uomo. L’anziano vede dipinta su quel volto una bellissima gior-nata di sole che spazza via le nubi minacciose dal suo cuore.
«Lo chiami, signore! Magari, anche lui è seduto da qualche parte a soffrire amara-mente…!»
L’anziano si alza lentamente. Con un’andatura flemmatica e acciaccata, si dirige ver-so il cestino dell’immondizia, gettandovi il melograno.
Si gira verso Roberto, mostrandogli un volto segnato dall’età ma visibilmente disteso.
«Lo farò, ragazzo, lo farò!»
Roberto strabuzza gli occhi: l’anziano, improvvisamente, non c’è più!
Sogno o realtà? Oppure… altro?
Roberto si massaggia le tempie, sbigottito; il giovane, con un dubbio fugace eterna-mente privo di una risposta plausibile, abbandona la sua breve sosta.
Mentre lo sconosciuto lascia per sempre l’incrocio delle loro esistenze, Roberto intra-vede una sagoma dalle spalle meno ingobbite e un’anima che dal Purgatorio, forse, sarebbe migrata in Paradiso.

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