Dorian Gray, Full Album
di Marco Amore

 

Il 30 ottobre è uscito Dorian Gray, la scommessa musicale di un artista giovane e interamente autoprodotto, una scommessa che oserei dare per vincente, in una realtà di mercato dove la scena underground non ha mai smesso di avere un peso pari, se non maggiore, della scena ufficiale. L’album (interamente presente sulle maggiori piattaforme online, come Youtube o SoundCloud) consta di tredici tracce, intro inclusa, ognuna delle quali imperniata sul rapporto fra l’emcee e la quotidianità in un mondo da lui percepito come avverso, una società traditrice che, influenzata dalla cultura della visibilità mass-mediatica, predica come il Lord Henry Wotton wildiano <<l’amore per le cose superflue e la profanazione del sacro>>, <<la ricerca dell’effimero e del piacere>>, salvo abbandonarci a noi stessi quando la progressiva corruzione dell’Io tocca il punto di non ritorno, e la redenzione diventa una specie di sogno a occhi aperti. Fulcro dell’album, quindi, è l’interiorità dell’artista, quel ritratto intimo e privato che solo noi possiamo <<sbirciare>>, e che viene messo a nudo di fronte all’intera umanità; nonché la critica ad un genere musicale, quello dell’hip-hop italiano, che si è lasciato corrompere dalle logiche di mercato delle lobby, e che da forma di ribellione e protesta sociale è divenuto un fenomeno commerciale per adolescenti e nostalgici del genere, una farsa a scopo di lucro. A tale proposito, il brano sicuramente più interessante resta la traccia n. 12, Incubi, dove Mr. Mind (alias Davide Sturatti), assumendo un atteggiamento poco simpatico nei confronti del fruitore, sottolineato da una distorsione diabolica della voce narrante, afferma <<Questo non è rap / odio il rap / questa è follia / questo non è hip-hop /è  satanismo>> o , ancora, <<vorrei vedere il genocidio delle masse / solo perché odio / la vostra musica / le vite / le radio / uno stadio dove la lotta si fa più cruda / odio il vostro credo / tu chiamami Giuda.>> Le continue provocazioni, scandite da basi dure e monotone e accompagnate da un canto spesso monocorde, toccano il culmine nella traccia n. 6, Mind One, in cui il rapper fa un compendio del suo lavoro, estremizzandone i canoni stilistici fino a sfiorare un minimalismo non solo musicale, ma linguistico, espresso sottoforma di giochi di parole: Mr. Mind / mr. Hyde / dottor Jekyll / flow-divide / […] high-tech / back on track / […] higher ground / underground eccetera. Non mancano i riferimenti al film di Oliver Parker del 2009, campionati all’inizio dell’album e alla fine del brano suddetto, per esempio, o i featuring con MC e leader di altri gruppi musicali, sia sul beat che in refrain. Bella la collaborazione con un altro giovane sannita, Emmanuele Iannucci, il quale va ad arricchire la traccia n. 7, Giorni Solitari, con la sua voce energica e aspra.

 

 

 

 

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *