BILICO
di Marco Amore 
Lello Torchia, Bilico (particolare)
© ph Lucia Russo

 

Sabato 11 novembre, presso il complesso museale di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, nel centro storico di Napoli, è stata inaugurata una personale dello scultore Lello Torchia a cura di Krista Brugnara. Il titolo della mostra, Bilico (volutamente tronco della preposizione semplice “in”, la quale porrebbe un accento non sulla condizione d’indeterminatezza in sé ma sul soggetto inespresso la cui transizione è oggetto d’indagine), è un chiaro riferimento alla condizione di precario equilibrio in cui si vengono a trovare le anime purganti. Esso denuncia fin da subito il linguaggio adottato dall’artista; un linguaggio telegrafico, funzionale, lirico ma mai disturbante, malgrado un ampio ricorso all’interpretazione figurale e allo slittamento metaforico. Perfino il numero di interventi posti in essere assume una valenza simbolica se guardato dalla giusta prospettiva: universalmente ritenuto un <<numero perfetto>>, emblema di completezza per antonomasia, nonché espressione del dogma della Trinità di Dio, il tre si carica di significato in un contesto impegnativo quale l’ipogeo della chiesa sotterranea. Non bisogna poi dimenticare l’importanza che tale numero assume nell’opus magnum dantesca – suddivisa, appunto, in tre Cantiche, corrispondenti ai tre Regni dell’Oltretomba e composte da trentatré Canti ciascuna[1] – cui è liberamente ispirata la scultura Dante Sette P.

© ph Lucia Russo
Lello Torchia, Dante Sette P
© ph Lucia Russo

Qui la poetica di Torchia è evidente forse più che negli altri lavori proposti, i quali, pur dialogando in misura maggiore con l’affascinante spazio espositivo, nascono più dalla sensibilità personale che dall’esperienza maturata. Il volto nudo, sproporzionato, privo di lineamenti o altri elementi identificativi, è a volte una sineddoche che incarna il genere umano nel suo insieme (il Volto dei Volti del Mondo), come accade nel caso succitato, ma più spesso un gruppo o una tipologia di persona, l’archetipo di una classe sociale o di un’aggregazione omogenea d’individui. Anna Adell scrive, in occasione della mostra Rebirth del 2015: <<Il contesto napoletano, le sue origini, caratterizzano il suo fare artistico. Nel rispetto per la tradizione, nella ricerca costante di un linguaggio proprio e attuale “dall’orlo estremo di una qualche età sepolto”, ci sembra di percepire la vicinanza e la forza di Pompei, di una cultura congelata nel tempo da una patina di cenere vulcanica, che si concretizza nella fresca visione di un inquietante accordo tra la fragilità e l’eterno.>>

Lello Torchia, Rosario
© ph Lucia Russo

Ma la ricerca di Torchia, ad oggi, si spinge parecchio al di là dell’assunto in questione, tanto che il soggetto non è più rapportabile alla <<struttura dove nascono i concetti; scatola aperta che, attraverso la riflessione, manipola l’ordine epidermico del volto caricandolo della corporeità vissuta[2].>> Mai come in questa scultura la testa diviene rappresentazione della nostra identità collettiva, e non perché l’artista creda alla teoria secondo cui l’anima risiede nella ghiandola pineale o <<terzo occhio>>, né per via di una qualche dottrina sociologica, ma perché, in sostanza, è il nostro volto a renderci quelli che siamo, a conferirci la nostra identità individuale; è il volto, e non la struttura corporea, che troviamo sui nostri documenti di riconoscimento, sulle riviste patinate o l’Immagine di Profilo dei social; ed è attraverso l’appiattimento delle caratteristiche del volto che l’artista intende svelarci l’omologazione di massa nella società occidentale: un’omologazione di pensiero, prima ancora che spirituale o emotiva. Interessante anche la citazione letteraria tratta dal Purgatorio, Canto IX: le sette P, rappresentazione dei sette peccati capitali, che l’Angelo Guardiano incide sulla fronte del poeta. Quando si parla di Purgatorio, in Italia, simili citazioni sono d’obbligo e Torchia non rappresenta un’eccezione, anzi. Eccezionale, qui, è il modo, la naturalezza con cui una citazione cólta viene accostata a un lavoro che fa di necessità virtù. Scelta semplice, ma d’incredibile impatto, è stata modificare il supporto dell’opera affinché risultasse in bilico a un eventuale osservatore; scelta semplice, ma d’incredibile impatto, è stata paragonare la condizione delle anime purganti, e per estensione dell’uomo in generale, a quella di funamboli che sfidano il vuoto, camminando parallelamente a se stessi su entrambi i lati della vita; scelta semplice, ma d’incredibile impatto, è stata servirsi di una pratica devozionale, aggregativa e litanica come il rosario mariano, per descrivere una condizione esistenziale che riguarda da vicino anche i meno devoti di noi[3].

 

 

 

[1]  A parte l’Inferno, che include anche un canto introduttivo al poema.

[2] Dal testo Proximity, di Jean Marie Duhamel.

[3] Ho deciso di focalizzare la mia attenzione su un lavoro, ignorando quasi del tutto Bilico e Rosario, in quanto gli stessi sono stati ampiamente vivisezionati dal testo critico della curatrice Krista Brugnara, facilmente reperibile sul web.

 

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