SALONE PARADISO
da Un fogonazo – Un lampo (1987)
di Virgilio Pinera
Traduzione di Gordiano Lupi

Pedro arrivò a casa mia piuttosto eccitato. Sedendo, o meglio, sprofondando, nella poltrona Chippendale che tanto gli piaceva, si allentò il nodo della cravatta. Evidentemente gli mancava l’aria, mentre agitava le braccia e apriva la bocca, emettendo suoni disarticolati.

– Che succede? Qualche catastrofe?

– Nemmeno per idea! – disse alla fine. E quindi, tutto d’un fiato: – Ho appena visto la meraviglia del secolo. A te, che odi uscire di notte, non resterà altro rimedio che andare…

– Dove?…

– Al Salone Paradiso.

– E che cosa danno di così meraviglioso in quel salone?

– Dare? Niente. No, aspetta, sì, danno…, danno uno spettacolo.

– Con striptease e tutto quel che segue?

– No, mio caro; danno… Sarà meglio che vada tu stesso. Se ti dico quel che danno, non finirai di stupirti, ma penso che ti debba cogliere inconsapevole, proprio come a me.

– Sei entrato lì dentro perché ti eri perso?

– Ero molto triste, e, come dicono le parole di quel tango: “Sono uscito in strada sconcertato, senza sapere come fin lì ero arrivato…”. Sopra una lavagna c’era scritto: “Senza interruzione, dalle sei di sera fino a mezzanotte. Durata dello spettacolo: un’ora. Una volta iniziato, è proibito accedere alla sala”.

– Continuo ad ascoltarti.

– Allora guardai l’orologio. mancavano quattro minuti alle otto. Comprai il biglietto e…

– E che altro?

– Un’ora di meraviglie.

– Raccontale.

– Guarda – e Pedro si alzò -; non ti racconterò niente. Se vuoi, vai; e se non vuoi, non andare. Sono le dieci e trentacinque. Alle undici comincia di nuovo. Hai tempo. Rimane in questa stessa strada. Ora me ne vado. Ti chiamerò domani.

Pensai: “Pedro non è per niente tonto; forse, un è po’ esaltato; ma, siccome mi conosce bene, non mi molesterebbe mai con annunci di striptease o di immagini pornografiche… Quello spettacolo deve avergli provocato una profonda impressione che, a quanto sembra, non si può trasmettere con le parole”.

Mentre pensavo queste cose, i minuti passavano. Erano già le dieci e cinquanta. Immediatamente, indossai la giacca e corsi al Salone Paradiso. Comprai il biglietto ed entrai in un piccolo ingresso. Un usciere mi si avvicinò:

– Vuol vedere lo show vestito o nudo?

E, di fronte alla mia espressione stupefatta, aggiunse:

– Se vuol vederlo nudo, entri lì e si spogli; se lo preferisce seguire vestito, passi di qua, e si metta nella posizione che più le piace…

Fui sul punto di allontanarmi. Dimenticandomi dell’ammirazione di Pedro, mi dissi: “Le solite cose, la pornografia, la soluzione più semplice”. Stavo per chiedere all’uscire informazioni sulla natura dello spettacolo, quando mi disse, non senza una certa ruvidità:

– Si spogli, resti vestito, o se ne vada.

Senza rispondergli, entrai nel luogo che mi indicava per i nudi…Era una cabina di due metri per due, con diverse grucce per appendere gli indumenti. Nient’altro. Ah, no! D’un tratto, vidi un cartellino sopra una porta: “Accesso alla sala”. Com’è vero che mia madre mi mise al mondo, la spinsi.

Proprio come lo spettro di tutti i colori, posizionato sopra un disco, torna bianco, se lo facciamo girare a grande velocità, allo stesso modo, l’abbagliante, accecante luce che illuminava il Salone Paradiso, lasciandomi momentaneamente cieco, mi fece sprofondare nelle tenebre.  Proprio come l’occhio subito averte nella sua stessa pupilla un punto rosso, così anche, in mezzo alle tenebre, passati alcuni istanti, vidi – non so dire se nella mia pupilla o in altra parte – diversi punti rossi. Lasciandomi guidare da essi, infine, raggiunsi una cosa, che altro non era se non una specie di sgabello. Non fui in grado di aprire bene gli occhi – le mie pupille, scontrandosi con quella folgorazione, con quel rapimento satanico consumato dalla luce eccessiva, si erano sentite come trafitte da spade fiammeggianti di arcangeli surreali -, non li sollevai, timoroso com’ero di subire nuove ferite, se non che, abbassandoli, li posi sul mio stesso corpo.

Ma non riuscii a vedermi. Ogni forma si era eclissata. Senza esagerazione, potrei affermare che il mio corpo era soltanto una porzione e un prolungamento della luce eccessiva. Me lo sentivo – soprattutto, per i battiti affrettati del mio cuore -, ma non lo vedevo. Quello che fino a quel momento era stato il centro, un’ancora che mi sosteneva dalla nascita, ora, per averlo incorporato la luce alla sua materia, evaporava, proprio come evapora un corpo amato quando smette di volerci bene. E nell’assoluta, torturatrice necessità in cui mi trovavo di vedermi corpo, mentre più mi guardavo, meno mi vedevo, e mano a mano che vedevo meno, più mi disperavo.

Pur sapendo che lo spettacolo durava un’ora, la luce eccessiva ebbe la virtù di farmi perdere la nozione del tempo. Non è che non potessi calcolarlo: essendo entrato nel salone alle undici, considerando che dalla porta alla cabina avrò impiegato due minuti, che per tentare vanamente di vedere il mio corpo rapito dalla luce ne avrò impiegati altri cinque, il mio orologio non poteva segnare più delle undici e mezza. Ma accanto a questa misura meccanica del tempo, sentivo che il tempo non indicato dagli orologi, quello che portiamo dentro, in pratica la durata della nostra stessa vita e della vita che ci circonda, ormai non era più con me. Proprio come il mio corpo, mi era stato sottratto dalla luce eccessiva. Mi trovavo nell’imbarazzante situazione di chi, trovandosi in una stanza oscura, e senza premere l’interruttore della luce, si sente escluso dal mondo a causa di una perdita momentanea del senso dell’orientamento. Sa che alla fine premerà l’interruttore, ma il tempo impiegato per trovarlo lo porterà a essere un puro oggetto, come quelli che si trovano nella stanza.

Allora pensai se qualcun altro a parte me si trovasse in quel luogo. Si poteva presumere che altri godessero della meraviglia. Ma il silenzio mortale che regnava nel Salone mi portò a credere che io fossi l’unico spettatore. Per convincermi, tossii leggermente. Subito, a poca distanza, qualcuno mi fece sentire la sua presenza grazie a una specie di rantolo. E come una trasmissione a catena, in diversi punti del Salone spuntarono colpi di tosse, sospiri, respirazioni ansanti e persino brusii soffocati, che ricordavano l’inattesa esibizione di un’orchestra.

Più tardi regnò di nuovo il silenzio. Adesso l’ansia, forse il piacere, persino l’estasi, potevano confortare ognuno di noi, a seconda della capacità di sentire lo spettacolo.

Se lo fosse oppure no, dovevano mettersi d’accordo: fino a quel momento non lo era in assoluto, se ci atteniamo alla parola show usata dall’usciere. Da mezz’ora eravamo nel Salone Paradiso ma niente di quel che caratterizza uno show aveva dato segnali di vita, non c’erano traccia di soubrette, riflettori, chanteuses e naturalmente neppure di musica. Invece, se per spettacolo intendiamo qualcosa che, non coinvolge i sensi ma si rivolge all’intelletto, allora il Salone Paradiso ce ne offriva uno singolare. Avrei potuto sbagliarmi, forse, avremmo avuto un finale festoso a base di un cancan ridicolo. Non si disturba e non si fa pagare un prezzo alto al pubblico solo per tenerlo esposto un’ora a una luce accecante. Se l’impresario dello spettacolo non voleva defraudare il suo pubblico; se il suo senso commerciale era, come si poteva supporre, pratico, aveva l’obbligo di proporre qualcosa di infinitamente più caldo che l’insopportabile calore prodotto da milioni di candele.

Nel momento in cui facevo queste giudiziose riflessioni, sentii, più che vedere, non tanto un affievolimento della luce – era intensa proprio come al principio -, quanto un bagliore della durata di una frazione di secondo. E se dico sentii, più che vedere, è perché il mio corpo, sostituendo l’organo deputato alla visione, faceva le sue veci, proprio come gli insetti che, privati del senso della vista, avanzano o retrocedono, schivano il pericolo, o si procurano il cibo per mezzo delle loro antenne. In pratica, il mio corpo, trasformato in antenne tattili, si sentì toccato da quel bagliore. Non appena sopravvenuto un simile evento, ho pensato che quel bagliore non si fosse prodotto. Forse tutto si ridusse – almeno per me, perché ignoro se il resto degli spettatori cadde in questo stato di trance – al fatto che il mio subcosciente si costruì tale bagliore come meccanismo di difesa. Oppure si produsse come premonizione della nuova fase in cui stava entrando lo spettacolo. Nessuno può saperlo.

Ora accadde che, per fare un esempio, la divina luce del Paradiso dantesco, che ci rendeva simili alla sua materia, se non divina, almeno così sbalorditiva, centuplicò la sua luminosità. Sentimmo i nostri corpi non solo definitivamente fatti di luce, ma persino fluttuare in lei, proprio come i corpuscoli che compongono la sua massa. Come la luce, perdemmo la nozione del tempo e dello spazio. E persi anche – forse anche gli altri -; persi la nozione di sentirmi vivo tra i vivi, nell’attesa di essere morto tra i morti. Come la luce, ero eterno. Senza tempo, senza spazio, senza memoria, senza nostalgia.

Ma il Salone Paradiso, proprio come la sua illuminazione, era il risultato dello sforzo umano. Soltanto uno spettacolo di un’ora, al termine del quale ci saremmo trovati di nuovo abbandonati sulle sponde della vita quotidiana.

Comunque, per noi era passata l’eternità. Quanto tempo di eternità? Visto che la sua durata non è misurabile, possiamo dire: tutta intera. Quindi, entro regole strettamente commerciali, sino a quando l’impresario avesse deciso di regalarci una congrua porzione di estasi, suo malgrado e del carattere sensazionalista dello spettacolo, non ce ne avrebbe concessa solo una congrua porzione, ma tutta l’estasi dell’eternità. Forse nella sua testa si annidavano altri pensieri che non erano solo impegnarsi ad accumulare denaro? Perché, a ben vedere, che cosa offriva al pubblico? Soltanto ondate di luce. Pensava forse che disperdere luce a fiumi producesse una straordinaria sensazione? Non immaginava che ci saremmo annoiati ad assistere sempre allo stesso show? Credeva di arricchirsi con un simile spettacolo?

Di ritorno a casa, queste domande, e un’altra, la più importante, mi tennero sveglio per il resto della notte. La domanda importante era: “Non sarà da sciocchi frequentare ancora il Salone Paradiso?”. L’essere umano rifiuta le cose infauste fino a comportarsi in maniera puerile enunciando in forma interrogativa quel che è una desolante certezza. Lo spettacolo era di tale natura e levatura che non era possibile vederlo una volta soltanto. Non è dato sapere se così lo avesse concepito l’impresario, oppure se l’ingrediente dell’estasi fosse un supplemento fortuito. Certo è che tale estasi, per il fatto di dipendere dall’elemento sorpresa, se questo fosse venuto a mancare, sarebbe cessata automaticamente. Tornare al Salone Paradiso sarebbe stato una cosa infinitamente grave: la macchinazione e la conseguente perdita dell’estasi, non soltanto una perdita di tempo.

Fui strappato da una simile estasi, come se fosse stata una brutale amputazione. Il bagliore che precedette il raddoppio della luce era stato, come la fiamma sul punto di estinguersi, l’avviso della sua ultima e più brillante illuminazione. Quel bagliore conteneva, nella sua stessa apparizione, l’avviso dell’ineluttabile: “Brillerò intensamente – sembrava dire la luce -, quindi mi spegnerò per sempre”. Ma non si spense di colpo. Cominciò a decrescere per gradi, passando senza transizione dalla luce raddoppiata a un’illuminazione che, pur restando ancora brillante, permetteva di vedere chiaramente, e in maniera non offuscata, persone e cose.

Strappato brutalmente dall’estasi, pensai, con stanca ingenuità, che da un momento all’altro saremmo stati di nuovo sommersi in lei. Indeciso, e mentre mi preparavo per il nuovo tuffo nella luce, rivolsi la vista verso il resto del pubblico. Ora vedevo corpi lattiginosi che, nella loro immobilità, sembravano meduse incastrate in un banco di corallo. Tendendo la vista, riuscii a distinguere le teste di coloro che avevano preferito seguire lo spettacolo dalla balconata. Immobili proprio come chi era nudo nel Salone, sembravano far parte dell’arredamento del luogo.

Come se temessi una rivelazione fatidica, non guardavo dove dovevo guardare: in alto, verso quello spazio che mi sembrava ineffabile, e dal quale scaturiva la luce. Finalmente, mi decisi. Dal tetto pendevano centinaia di lampade, che andavano dal grande lampadario fino a quella composta da una sola lampadina. E proprio nel momento in cui mi misi a osservarle, come se fossero state in attesa del mio sguardo, si scontrarono dolcemente le une contro le altre, producendo una sorta di brusio nel quale mi sembrava di percepire questa esortazione: “Secondo la tua luce, scegli tra di noi la tua lampada votiva…”.

La mia fervida immaginazione mi portava a divagare. Forse si scontravano meccanicamente, spinte da una corrente d’aria o dalla mano dell’uomo. Ma io le dotavo d’intelletto, nel mio patetico sforzo di trovare risposta.

E anche se fosse stato soltanto un puro caso, guardando più attentamente, scoprii nel centro del tetto un lampadario che, per le sue dimensioni colossali, sembrava dirmi: “Sarò lampada votiva per chi avrà un’anima luminosa quanto me…”.

Restai assorto nella sua contemplazione. Mano a mano che, affascinato, lo osservavo, diventava sempre più enorme. Il tetto, al tempo stesso, mi appariva come una di quelle tipiche e sbalorditive apoteosi del Tiepolo.

Con lentezza, ma ininterrottamente, le luci cominciarono ad affievolirsi. Abbassai la vista, dirigendola di nuovo verso il Salone. Distinguevo appena i corpi che giacevano sulle sedie. Forse l’impresario aveva progettato di calarci nelle tenebre per poi, di colpo, accendere tutte le luci e sommergerci ancora una volta nell’estasi? Non potei elaborare una nuova ipotesi. Il salone sprofondò per intero nelle tenebre. Quando i miei occhi si abituarono all’oscurità, distinsi in fondo una luce flebile. Era, senza dubbio, la fiamma di una candela. Per quel che potei apprezzare, si trovava nel pavimento. Mi alzai per andare nella sua direzione, cercando di trovare l’uscita, ma non me ne dette il tempo. Una raffica di vento gelido attraversò il Salone Paradiso, e la lucina si spense. Evidentemente, era terminato lo spettacolo.

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